Si è rifiutato di testimoniare davanti alla commissione d’inchiesta sull’assalto del 6 gennaio a Capitol Hill. Per questa ragione Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump, è colpevole di oltraggio al Congresso. E’ il verdetto raggiunto dalla giuria al termine di sole tre ore di camera di consiglio. L’ex consigliere del tycoon rischia così dai 30 giorni di carcere a un massimo di due anni di reclusione e migliaia di dollari di multe.

Il giudice Carl Nichols ha fissato al 21 ottobre la sentenza ma non è chiaro come il magistrato, nominato dall’ex presidente, intenda muoversi. Processi come quello di Bannon sono infatti una rarità e nessuno da più di 50 anni, dai tempi della Guerra Fredda, è mai finito dietro le sbarre per oltraggio al Congresso. Alla lettura del verdetto in aula c’era anche lo stesso Bannon che si è lasciato andare a un grande sorriso quasi di sfida. “Abbiamo perso una battaglia, ma vinceremo la guerra“, ha detto fuori dal tribunale. “Io sto con Trump e con la costituzione”, ha aggiunto. Accanto a lui il suo legale che preannunciato un possibile appello.

Il verdetto di colpevolezza è un colpo per Bannon prima catapultato alla Casa Bianca da Trump e poi scaricato dallo stesso tycoon. Anni di tensioni e alti e bassi che non hanno però intaccato i rapporti fra i due: proprio il giorno prima dell’assalto al Congresso, Bannon e Trump si sono sentiti telefonicamente diverse volte. Tra l’altro l’ex stratega – secondo indiscrezioni – sarebbe stato al Willard Hotel di Washington nei giorni precedenti all’insurrezione in qualità di componente del “command center” dei fedelissimi di Trump, al lavoro giorno e notte per negare a Joe Biden la presidenza. Bannon comunque ha sempre negato ogni responsabilità per l’attacco del 6 gennaio, pur vantandosi di essere “l’architetto ideologico” degli sforzi per ribaltare il risultato delle elezioni del 2020. “Questo caso non è complicato, ma è importante”, ha detto ai giurati il vice procuratore degli Stati Uniti Molly Gaston. Bannon, ha affermato Gaston, “non voleva riconoscere l’autorità del Congresso”, né seguire le regole del governo.

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