Ci risiamo. Ecco il rito più inutile, insulso e vecchio che meglio d’altri mostra come l’Italia e la sua scuola non vogliono cambiare: l’esame di maturità o di Stato per dirla come piace a Luigi Berlinguer.

Dopo cinque anni di impegno, di studio, di interrogazioni, di momenti in cui i professori hanno potuto vedere davvero quanto vale un ragazzo di là dell’apprendimento delle nozioni, una prova scritta, il classico “tema” per dirla all’antica, misurerà la capacità di 500mila giovani di scrivere, di fare delle riflessioni. Poi sarà una prova sulla materia d’indirizzo a dire quanto hanno imparato e infine un colloquio orale dove il candidato deve parlare di tutto e di più, compresa l’educazione civica e i percorsi di scuola alternanza lavoro.

Da 99 anni è la stessa storia, più o meno. Nata con Giovanni Gentile nel 1923 con l’intento di selezionare la classe dirigente, il primo anno bocciò il 75 per cento dei candidati. Oggi (dato 2021) il 99,8% degli esaminati è promosso. Quest’anno i non ammessi all’esame (dato del ministero) sono il 3,8%. Dimostrazione che non si tratta di un esame, di un metodo che serve a setacciare i migliori, ma di una prova che ha solo un valore “rituale”. D’altro canto non c’è università che tenga conto della maturità: tutte fanno i test d’ingresso per fare una vera selezione.

E allora fermiamoci sul valore rituale. Non essendo un antropologo mi faccio aiutare dalle parole di Marco Aime. Primo punto: “Uno dei passaggi più importanti della vita degli esseri umani è il passaggio all’età adulta, che comporta l’assunzione di un ruolo sociale segnato dalla piena responsabilità. Proprio per questo ogni società, anche se con modalità e intensità diverse, tende a ritualizzare tale passaggio attraverso cerimonie collettive, le quali assolvono al compito comune di evidenziare e di drammatizzare l’importanza del momento, ma allo stesso tempo di attenuare l’angoscia del nuovo, della sospensione, della trasformazione non lasciando soli i soggetti coinvolti, e facendoli al contrario sentire come parte della comunità”.

Dato per scontato ciò, nella nostra società il passaggio all’età adulta è davvero a 18 anni? Scrive ancora Aime: “Nei decenni precedenti, il momento di frattura era pertanto tra scuola e lavoro, nel cui intermezzo si inseriva il servizio militare. Un momento che, rispetto alla situazione attuale, era anticipato per la gran parte dei giovani. Infatti, in quegli anni per gran parte dei figli della classe operaia, il raggiungimento del diploma era già un traguardo e rappresentava un passo in avanti rispetto alla generazione dei loro genitori, che aveva avuto scarse opportunità di studio, vuoi per motivi economici, vuoi per la guerra. Oggi il momento di rottura, che separa l’età dello studio da quella del lavoro, non solo è spostato in avanti, in quanto sono molti di più i giovani che frequentano l’università, ma la sua valenza si è anche attenuata, perché l’inserimento nel mondo del lavoro è sempre più difficile e anche quando si trova un impiego, questo è spesso precario e non rappresenta un vero progetto alternativo”.

Ecco smontato anche il valore rituale della maturità. Anzi, affermare che l’esame di Stato è un rito è un non vedere la realtà, un’illusione che amano i politici e i “salottari” che non stanno tra i giovani.

Proprio mentre scrivo questo post, Francesco, che domani affronterà l’esame, mi ha scritto: “La maturità è il momento simbolo dell’anacronismo di questo sistema. Noi non andremo più a scuola ma altri studenti varcheranno quelle porte e combatterò per fare in modo che abbiano un’esperienza migliore della mia”.

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