Sulle stragi del ’92 mancano dei pezzi. Elementi che lasciano il quadro incompleto, soprattutto sul fronte dei cosiddetti concorrenti esterni che parteciparono alle eliminazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È di questo che parla Lia Sava, procuratrice generale di Palermo, in un’intervista pubblicata sul sito del centro studi Pio La Torre. “Le stragi hanno letteralmente cambiato la mia vita, se non ci fossero state avrei proseguito il percorso da giudice civile scelto da ragazza. Invece ho pensato ci potesse essere un altro modo per dare una mano a quei colleghi arrivati in Sicilia da tante regioni d’Italia nel 1992. C’era questo grosso slancio, si capiva che eravamo in guerra, non avevamo neanche 30 anni e volevamo aiutare questo Paese ferito”, racconta la magistrata, prima procuratrice generale donna nel capoluogo siciliano.

Già pm a Palermo (ha fatto parte del pool che indagava sulla cosiddetta Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra), poi aggiunta a Caltanissetta e quindi procuratrice generale della città nissena, Sava ha una lunga esperienza nelle indagini su Capaci e via d’Amelio. Sulle verità parziali relative al periodo stragista, dice che “mancano dei pezzi che potrebbero riguardare i cosiddetti concorrenti esterni, cioè entità esterne a cosa nostra che potrebbero aver dato un ausilio alla realizzazione”. E poi aggiunge: “Le sentenze del Capaci bis in Cassazione e quelle passate in giudicato del Borsellino quater hanno detto che ci sono ancora delle piste da esplorare. Le procure di Palermo, Caltanissetta, Reggio Calabria, Firenze dovranno cercare la verità a 360 gradi, sotto l’egida della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo voluta proprio da Falcone. Uno dei grandi collaboratori di giustizia, Antonino Giuffrè, riferendosi alla fase antecedente alle stragi parla di ‘tastata di pusò (tastata di polso, ndr) cioè una sorta di sondaggio che cosa nostra farebbe tra favorevoli e contrari a un’esecuzione in determinati ambienti: si parla di servizi segreti e massoneria deviati, imprenditoria collusa con la mafia… In queste dichiarazioni generiche ci sono spunti per proseguire le indagini”.

Nell’intervista Sava affronta vari temi, come il problema del pagamento del pizzo e il ritorno dell’abigeato: “Si paga ancora tanto e troppo, questo significa che nonostante l’impegno dei singoli e delle associazioni qualcosa non ha funzionato. Occorre far capire alle persone che se denunci lo Stato ti accompagna con una legislazione all’avanguardia e che lo Stato non lascia soli. E poi, oltre al recupero dei detenuti dobbiamo dare un lavoro alle loro famiglie, aiutare mogli e figli di quelli che arrestiamo, renderli autonomi, altrimenti si crea un legame perverso, malefico e fetido tra la mafia e quella famiglia. Non basta mandare in carcere, dobbiamo sottrarre ai quartieri il consenso della mafia. Il fenomeno dell’abigeato, cioè il furto di bestiame, che si pensava fosse scomparso, in effetti esiste tuttora e si è rafforzato dietro l’egida di cosa nostra. La crisi economica fa tornare in auge delle forme di approvvigionamento della ricchezza che la mafia non aveva accantonato, ma che adesso realizza in maniera più pregnante sfruttando la crisi”.

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