Da quando Jair Bolsonaro è diventato presidente del Brasile, nel 2019, la deforestazione amazzonica è aumentata del 75,6 per cento, gli allarmi per gli incendi forestali sono cresciuti del 24 per cento e le emissioni di gas serra del Paese sudamericano sono aumentate del 9,5 per cento. A rivelarlo è il rapporto Dangerous man, dangerous deals, pubblicato da Greenpeace che analizza gli effetti devastanti di quello che definisce “sistematico smantellamento della protezione dell’ambiente e dei diritti umani” da parte del governo Bolsonaro negli ultimi tre anni. Non si tratta, infatti, solo della deforestazione: nel report si racconta cosa è accaduto sul fronte dei roghi, delle emissioni, della tutela delle comunità indigene, dell’utilizzo di pesticidi, ma anche dal punto di vista legislativo, finanziario e politico.

Si continuano a fare affari con il Brasile “L’agenda politica del presidente brasiliano ha peggiorato le condizioni di ecosistemi preziosi per la salute del pianeta e di numerosissimi Popoli Indigeni che lottano per proteggerli”, dice Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “Nonostante ciò – aggiunge – l’Unione europea non solo ha continuato a fare affari con il Brasile, ma ha anche rispolverato l’accordo commerciale Ue-Mercosur”. Ed è qui che entra in gioco anche l’Europa, dato che si tratta di un’intesa “che rischia di inondare il mercato europeo di prodotti legati alla deforestazione e alla violazione dei diritti umani, come la carne, favorendo settori che aggravano la crisi climatica”. In prospettiva c’è una data: quella delle prossime elezioni presidenziali, che si terranno a ottobre 2022.

Deforestazione, in tre anni è aumentata del 75% Il rapporto si basa sui dati raccolti dall’Istituto brasiliano di ricerche spaziali (Inpe). Nel 2019, anno in cui Bolsonaro entrò in carica, il tasso annuo di deforestazione in Amazzonia era di 7.536 km quadrati. Tre anni dopo l’Inpe ha annunciato che tra agosto 2020 e luglio 2021 sono stati distrutti 13.235 km2 di Amazzonia: un aumento del tasso di deforestazione di oltre il 75% rispetto al 2018. Un inesorabile peggioramento che si presagiva già durante il primo anno di governo, in cui la deforestazione in Amazzonia era aumentata del 34% rispetto al 2018, passando da 7.536 km2 a 10.129 km2 di foresta distrutta. Un’operazione impunita che ha aperto la strada agli incendi.

Incendi per far spazio a piantagioni, infrastrutture e miniere Com’è andata lo raccontano, anche in questo caso, i dati: dal 2019 al 2021 c’è stato un incremento del 15% di incendi nel Cerrado, la savana più ricca di biodiversità del pianeta, del 218% nel Pantanal, la zona umida più grande del mondo, del 22% nella Foresta Atlantica, del 29% nella Caatinga, la maggiore foresta secca del Sud America. Gli incendi sono stati e tuttora vengono appiccati, illegalmente, per favorire l’espansione dell’agricoltura industriale e del settore estrattivo attraverso il cosiddetto ‘cambio di uso del suolo’, cioè l’eliminazione della vegetazione autoctona per fare spazio principalmente a piantagioni e pascoli, ma anche a infrastrutture e miniere.

Gli impatti sul clima Gli incendi hanno, a loro volta, anche un impatto negativo sul clima perché causano il rilascio di grandi quantità di gas a effetto serra. I dati raccolti dal Greenhouse Gas Emissions and Removals Estimating System, un progetto sviluppato dall’Osservatorio sul clima brasiliano costituito da una rete di oltre 50 organizzazioni non governative, mostrano che le emissioni di gas serra in Brasile sono aumentate del 9,5% dall’entrata in carica di Bolsonaro. Durante l’anno successivo, cioè il 2020, il Brasile ha emesso 2,16 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, la quantità più elevata dal 2006.

I conflitti e i diritti violati dei popoli indigeni Ma le ragioni che spingono ad appiccare incendi sono le stesse che portano all’accaparramento di terra. Tant’è che si registrato anche un considerevole aumento dei conflitti per la proprietà delle terre e delle violazioni dei diritti umani. Secondo i dati diffusi dalla Commissione Pastorale per la Terra, nei primi due anni del governo Bolsonaro è un aumento di circa il 40% il numero di conflitti per le terre, che in molti casi sono sfociati nella morte di coloro che si sono spesi per difenderle. Nel 2020 erano infatti in corso circa 1.576 controversie riguardanti la proprietà dei terreni (poco meno della metà riguardano Popoli Indigeni), il numero più alto dal 1985. Non è un caso se, ad agosto 2021, rappresentanti di popolazioni indigene brasiliane e associazioni a difesa dei diritti umani hanno presentato una denuncia per genocidio e crimini contro l’umanità a carico di Bolsonaro presso il Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi), nei Paesi Bassi, in occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni. L’ultima di una serie accuse e scandali che hanno trascinato verso il basso, negli ultimo due anni, l’indice di gradimento di Bolsonaro. Ci sono anche le accuse di corruzione nei confronti suoi e del suo entourage politico. Basti pensare alle dimissioni dell’ex ministro dell’Ambiente Ricardo Salles, indagato dalla Corte suprema per aver interferito nelle indagini sulle esportazioni illegali di legname.

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