Caro dott. Scarpinato,

la notizia del suo pensionamento mi fa riflettere da giorni. Più precisamente dal giorno della scorsa settimana nel quale stavo a Palermo per una udienza del processo per la strage di Villa Grazia di Carini del 5 agosto 1989.

Vale la pena ricordare che quando sembrava ormai finita la ricerca giudiziaria della verità per la morte di Nino Agostino ed Ida Castelluccio, l’avocazione della inchiesta da parte della Procura generale di Palermo da lei guidata le ha ridato ossigeno, salvandola dall’oblio.

Nella mia formazione, come immagino in quella di tanti altri, c’è un libro he ha segnato uno scatto in avanti nella comprensione del fenomeno mafioso: Il ritorno del Principe. La prima edizione è del giugno 2008, lo scriveste insieme lei e Saverio Lodato per Chiarelettere e per me fu un salto di paradigma, perché vi trovai per la prima volta il tentativo profondo, sistemico, radicale di descrivere le mafie non tanto come un fenomeno di stra-ordinaria criminalità, quanto come un fenomeno di ordinaria gestione criminale del potere. L’analisi sulla mafia e in particolare su Cosa Nostra divenne nel libro occasione di riflessione sull’intima natura del potere, almeno di quello esercitato in Italia. Cito:

Mentre negli altri Paesi europei la criminalità non ‘fa storia’, riguardando soltanto le fasce meno integrate e acculturate della società, in Italia la storia nazionale, quella con la S maiuscola, è inestricabilmente intrecciata con quella della criminalità di settori significativi della sua classe dirigente. Tanto che in alcuni tornanti essenziali non è dato comprendere l’evoluzione dell’una senza comprendere i nessi con la seconda.

Il potere non gode ormai di alcun rispetto sociale. Viene sopportato o per bieco interesse o per mancanza di alternative, e si mantiene in vita anche grazie al lavoro incessante di una miriade di intellettuali al suo servizio; infaticabili nel legittimare e giustificare gli abusi del potere agli occhi delle masse sempre più lontane, condannate all’impotenza, a una frustrazione che spesso si converte in indifferenza: veleni che stanno corrodendo dall’interno l’intero corpo sociale.

Per questo motivo, come ho già accennato, la storia della mafia – così come quella della corruzione e delle stragi – è una parte della storia del potere reale nel nostro Paese.

Da allora sono passati quattordici anni. Immagino che anche oggi riscriverebbe questo libro, però mi piacerebbe sapere su quali fatti si soffermerebbe tra quelli capitati nel frattempo. Cioè mi piacerebbe sapere quali fatti capitati nel frattempo possano essere considerati una speranza o al contrario una preoccupante conferma dell’oscenità del potere, quella che le fece scrivere: “Ho compreso che quello degli assassini è spesso il fuori scena del mondo in cui tanti sepolcri imbiancati si mettono in scena”. Se ci sia qualcosa che le faccia pensare che due delle questioni centrali illuminate nel libro possano essere state (siano) affrontate nel senso della emancipazione o piuttosto nel senso della sclerotizzazione.

La prima questione è sintetizzata nelle parole: “Qualsiasi percorso di liberazione passa attraverso lo smascheramento delle imposture (culturali)”. La seconda nelle parole: “il rapporto irrisolto tra classi dirigenti e violenza”. Forse la prima evoca quella che padre Alex Zanotelli chiama “Decolonizzazione dell’immaginario” e la seconda quella che il prof. Isaia Sales chiama “il mancato monopolio della forza dello Stato italiano”.

Porle queste domande e quindi considerarla attuale e irrinunciabile punto di riferimento culturale è il modo migliore che ho per dirle “grazie, dott. Scarpinato”!

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