“Nell’80 sono diventato dirigente della VII Divisione. Quindi nell’80 viene istituita la VII e si occupava della Gladio, della scuola di addestramento, della selezione di tutto il personale Sismi. Il potere politico non era a conoscenza di Gladio, solo il capo di Stato Maggiore della Difesa ne era a conoscenza e la parte politica non doveva esserne a conoscenza. Ciò fino al 1976. Da quel momento ad ogni cambio del Ministro della Difesa io predisponevo un breafing scritto sui compiti di Gladio che mi veniva controfirmato dal Ministro. Il Presidente del Consiglio non era a conoscenza. Solo dal 1984 ne venne informato. In teoria Aldo Moro non doveva saperlo. Se poi il ministro lo ha sbarellato e non doveva farlo allora….”. Questo è uno stralcio dell’interrogatorio reso dal capo di Stato maggiore del Sismi Paolo Inzerilli sentito dalla Dia nel luglio 2018. Il verbale del generale in pensione sul ruolo della struttura Gladio è stato inserito dalla Direzione distrettuale antimafia nel fascicolo del processo ’Ndrangheta stragista che vede imputati, in appello, il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, ritenuto referente della cosca Piromalli di Gioia Tauro. Entrambi, in primo grado, sono stati condannati all’ergastolo per il duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi il 19 gennaio 1994 sull’autostrada all’altezza dello svincolo di Scilla. Un agguato che, secondo la Dda, rientra nelle stragi continentali, in quella strategia stragista messa in atto da Cosa Nostra e ‘Ndrangheta all’inizio degli anni Novanta. Nonostante la Corte d’Assise, nel 2020, abbia accolto in pieno le richieste del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, nell’udienza di mercoledì del processo d’appello il magistrato, applicato alla Procura generale, ha chiesto la riapertura dell’istruttoria dibattimentale.

Angelo Sorrenti, il “cuscinetto” tra i Piromalli e Fininvest
La richiesta di riapertura del processo riguarda pure la vicenda dell’antennista Angelo Sorrenti che, di fatto, in Calabria rappresentò il “cuscinetto” tra i Piromalli e Fininvest. Per la Dda, quella storia aiuterà i giudici a ricostruire “i rapporti con Fininvest e quindi con il gruppo Berlusconi”. In aula, Lombardo ha ricordato le dichiarazioni rese da Graviano davanti alla Corte D’Assise di Reggio Calabria quando, nel 2020 si soffermò sul “ruolo di Forza Italia, in un tristissimo disegno (quello le stragi, ndr) – ha spiegato il procuratore aggiunto – che, guarda caso, si conclude proprio nel momento in cui Forza Italia diventa una componente politica effettiva nel panorama italiano”. Quello che non è emerso in udienza, però, si legge nelle carte e nei verbali depositati nel fascicolo del processo dove è finito pure un colloquio chiesto da Angelo Sorrenti alla Procura. L’incontro c’è stato a giugno dello scorso anno e alla Dia l’antennista prima voleva sapere se, con la scarcerazione del boss Giuseppe Piromalli detto “Facciazza”, ci sono problemi per l’incolumità sua e dei familiari e poi “ha precisato che sarebbe stato disponibile a testimoniare sui temi emersi nel processo ‘Ndrangheta stragista”.

Uno squarcio sui misteri, da Gladio alla Falange Armata
Ma la richiesta di riaprire il processo è molto più ampia. Lombardo parte da Gladio ma nel suo intervento tocca anche il protocollo “Farfalla” e i rapporti tra ‘Ndrangheta e servizi segreti. E soprattutto la sigla “Falange Armata” dietro cui potrebbe esserci una sorta di “agenzia di disinformazione” creata dal Sismi e utilizzata dalle cosche per compensare la mancanza di introiti garantiti negli anni Ottanta con “le valigette di Stato”. Agli atti, infatti, c’è un verbale del pentito Antonio Schettini che, nel 1996, alla Criminalpool spiegò come “parte dei fondi riservati utilizzati per il pagamento dei sequestri di persona andavano alla componente mafiosa e parte ad una componete diversa”. Il riferimento è al Sismi dove esistevano più “Nuclei Azioni Coperte”: “Dobbiamo spiegare – ha affermato Lombardo – se, all’interno di determinate dinamiche, quei rapporti sono andati avanti ancora per anni e se abbracciano anche l’esplosivo rinvenuto (nel 2004, ndr) a Palazzo San Giorgio”, sede del Comune di Reggio. Il rischio è di aprire uno squarcio su molti misteri italiani che hanno fatto da sfondo alla strategia stragista dei primi anni Novanta. Un terreno minato dove c’è di tutto. Il procuratore aggiunto Lombardo, infatti, ha parlato di “questioni che assumono rilievo anche in altri ambiti, quello politico e quello massonico”. Ambiti che, quando diventano componenti direzionali di un sistema criminale, quest’ultimo “non può essere che un sistema di tipo mafioso se al suo interno registra la presenza di ‘Ndrangheta e Cosa Nostra”.

I contatti della ‘Ndrangheta
La Dda di Reggio Calabria non ha dubbi che “sulle tendenze evolutive della ‘ndrangheta avevano provocato importanti effetti una serie di accadimenti ben antecedenti alla fase stragista in senso stretto nel contatto con determinati ambienti che sono gli ambienti legati ad ambiti eversivi, destabilizzanti”. Al procuratore Lombardo non piace utilizzare termini come “servizi deviati”, “politica corrotta” o “magistratura corrotta”. Lo ha detto chiaramente davanti alla Corte d’Assise d’Appello presieduta dal giudice Bruno Muscolo: “Io voglio i nomi e i cognomi dei soggetti che all’interno di un determinato mondo sono venuti meno agli impegni assunti in relazione all’istituzione di cui fanno parte. C’erano delle tracce pesanti e chiare. E sono tracce che noi oggi siamo in grado di inquadrare fino in fondo”. Non si può non partire dal passato per capire il motivo per il quale, ancora oggi, non si è fatta chiarezza su un pezzo di storia del nostro Paese. “La Lombardia – è la ricostruzione del magistrato – è il quarto mandamento della ‘Ndrangheta. Da sempre. Mico Papalia è il vertice nazionale della ‘Ndrangheta e riveste un ruolo enormemente diverso da quello di tutti gli altri. I Papalia sono tra le pochissime famiglie che hanno un vertice anche di tipo occulto. Sullo sfondo c’è sempre la P2. Le dinamiche sono quelle e quando si parla di componente massonica della ‘ndrangheta si parla proprio di quello, di una ‘Ndrangheta che nelle sue componenti apicali vive di logiche massoniche e quindi occulte”. Lo aveva spiegato ventisei anni fa il collaboratore di giustizia Antonio Schettini in un verbale rimasto, fino ad ora, a prendere la polvere negli archivi della Criminalpol. “Antonio Schettini è una componente di rilievo della famiglia Papalia – ha spiegato Lombardo – Diventa particolarmente rilevante perché nel verbale del 1996 spiega che cos’è Falange Armata. Cioè Falange Armata non è un’invenzione propagandistica della famiglia Papalia nel momento in cui bisogna rivendicare l’omicidio di Umberto Mormile (l’educatore del carcere di Opera, ndr). ‘Ndrangheta e Cosa Nostra non rivendicano. Hanno rivendicato solo in determinati ambiti”.

La prima rivendicazione di Falange Armata
Il processo ‘Ndrangheta stragista ha registrato un dato inedito sull’utilizzo della sigla inventata dai servizi segreti e utilizzata all’inizio degli anni Novanta dalle organizzazioni mafiose: “Il primo episodio di rilievo in quegli anni in cui si registra la rivendicazione Falange Armata – ha spiegato il procuratore Lombardo – è l’omicidio Scopelliti. Sette rivendicazioni Falange Armata. Rileggendo le carte del processo Scopelliti è emerso un dato che, in quell’ambito processuale, non aveva avuto alcun peso. È il primo episodio rivendicato Falange Armata successivo alla riunione di Enna del giugno 1991 in cui Riina recepisce la sigla dai Papalia e dice: ‘Da questo momento in poi tutto quello che faremo sarà rivendicato Falange Armata’. Il primo episodio è l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti”. Una ricostruzione, quindi, che anticipa al 9 agosto 1991 la data della prima strage continentale di Cosa Nostra: “Oggi – ha aggiunto il magistrato – siamo in grado di capire perché Riina prende la sigla che viene indicata a Mico Papalia dalle componenti deviate dei servizi. Perché Riina e Papalia sono i vertici nazionali di ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Quindi Mico Papalia non è uno dei tanti. Totò Riina non ha preso la sigla di uno dei tanti. Ha preso la sigla che era stata indicata al vertice dell’altra componente mafiosa. Quando Totò Schettini (il pentito, ndr) spiega che cos’è Falange Armata dice una cosa devastante nella sua semplicità e cioè conferma che è una sigla suggerita da appartenenti deviati dei servizi”.

Dai sequestri di persona alla Falange
Ai vertici della Criminalpol, nel 1996 il collaboratore di giustizia Antonio Schettini aveva spiegato tutto. Il procuratore Lombardo lo ripete in aula utilizzando le stesse parole del pentito: “Falange armata è l’operazione che segue a un’operazione precedente che noi, ‘ndrangheta, abbiamo gestito insieme ad apparati deviati dello Stato in relazione ai sequestri di persona nella Locride. A un certo punto è arrivato l’ordine da Roma che i sequestri di persona dovevano finire. I fondi riservati con cui si pagavano i sequestri di persona venivano spartiti a metà tra quelle componenti deviate e la ‘ndrangheta. Ci hanno già detto che si conclude un progetto e ne inizia un altro in cui ovviamente questo sistema industriale di gestione congiunta andrà avanti. E questo progetto si chiamerà Falange armata”.

Ecco l’archivio De Lutiis: “La Falange interna al Sismi”
Se la Corte d’Assise d’Appello riaprirà l’istruttoria tutte questi elementi entreranno nel processo ’Ndrangheta stragista. Intanto la Dda di Reggio Calabria è convinta di avere “la dimostrazione processuale – ha ribadito Lombardo – di quello che significa la sigla Falange Armata, del perché i primi a utilizzarla sono uomini di ‘Ndrangheta, del perché la ‘Ndrangheta passa quel riferimento specifico ai vertici di Cosa Nostra, del perché sullo sfondo ci sono tutta una serie di situazioni difficilmente tracciabili, che ora invece sono ampiamente tracciate, nel contatto tra la componente tipicamente mafiosa e componenti di altro tipo. Ecco il riferimento a Gladio”. Il sistema criminale rimasto per molti anni nell’ombra sembra prendere forma nelle parole del procuratore aggiunto Lombardo che ha introdotto anche altri elementi inquietanti sul rapporto tra pezzi dello Stato e ‘Ndrangheta: “Negli archivi della Dia centrale abbiamo trovato documentazione già classificata, ora declassificata, in cui è presente un organigramma riferibile alla struttura Sismi ove accanto al Gos, il Gruppo operazioni speciali, esiste il cosiddetto Nac, Nucleo operazioni coperte. Andando a verificare ancora più in profondità cos’è questo Nac, ci siamo imbattuti in una serie di approfondimenti del maggiore studioso di questi argomenti, purtroppo deceduto, che è Giuseppe De Lutiis il quale nel suo archivio lascia delle tracce documentali dello studio che fa”. In sostanza si tratta di documentazione, già sottoposta alle verifiche delle commissioni parlamentari, che ha consentito di ricostruite una mappa relazionale in cui si individuano tre livelli di Gladio: “La struttura stay behind è il primo cerchio. I cosiddetti soggetti a disposizione sono il secondo cerchio. All’interno di questi tre livelli di Gladio, il nucleo di maggiore rilievo è indicato in quegli appunti come ‘Fal. Arm’. È Falange armata. Cioè la componente deviata di cui parla il collaboratore di giustizia Antonio Schettini è una struttura interna al Sismi, al Gos e al Nac. Nessuno parla di istituzione nel suo complesso. C’è un problema interno riferibile a ben individuati soggetti”.

La sentenza Italicus bis: la Falange un’agenzia di disinformazione
Il procuratore aggiunto Lombardo, infine, ha chiesto alla Corte d’Assise d’Appello di acquisire la sentenza Italicus bis emessa in relazione alla strage del 4 agosto 1974. Una sentenza in cui c’era già scritto tutto: “La Falange che disinforma e intimidisce per allontanare i sospetti da Gladio è composta da addetti ai lavori che parlano in un gergo tecnico militare, vantano spie dappertutto e sono dei professionisti. La Falange Armata non è dunque un’organizzazione terroristica come si era creduto nelle indagini svolte dalla Procura di Roma, ma un’agenzia di disinformazione gestita dallo stesso Servizio segreto militare”. Ovviamente il riferimento è “al circuito del Sismi, VII Divisione”.

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