No, i lavoratori stagionali non sono rimasti “sul divano” per effetto del reddito di cittadinanza come hanno sostenuto molti albergatori e ristoratori a partire dalla scorsa primavera. Anche per il mese di luglio l‘Osservatorio sul precariato dell’Inps conferma la tendenza che si è registrata già a maggio e rafforzata a giugno: un forte aumento delle assunzioni per la stagione estiva. Sono state 156mila, dopo le quasi 145mila di maggio e 250mila di giugno: numeri mai registrati negli anni precedenti la pandemia (e l’introduzione del sussidio anti povertà). Morale: i candidati disposti a ricoprire i posti vacanti non sono certo mancati, nonostante condizioni di lavoro spesso tutt’altro che invitanti se non del tutto irregolari, come raccontato nella video inchiesta de ilfattoquotidiano.it (PRIMA PUNTATA/SECONDA PUNTATA/TERZA PUNTATA).

I dati parlano chiaro. Sommando tutti i contratti stagionali attivati nei primi sette mesi del 2021, l’aumento rispetto allo stesso periodo del 2020 è stato del 39% mentre rispetto al 2019 siamo a +17%. E se il confronto è con il 2018, prima della partenza del rdc, la variazione in positivo sfiora il 35%. L’avvio del sostegno economico per chi è in condizione di indigenza non risulta, quindi, aver avuto alcun effetto disincentivo all’accettazione di un posto per pochi mesi. Andando indietro nel tempo, lo confermano anche i numeri Inps relativi agli anni tra il 2015 e il 2017: le assunzioni stagionali a luglio sono oscillate tra le 78 e le 90mila, contro le 156mila di quest’anno.

Sgombrato il campo dalle fake news, quel che invece emerge dall’Osservatorio è che il mercato del lavoro con la ripresa ha ingranato la marcia, ma prendendo la direzione di un crescente precariato. Tra gennaio e luglio le assunzioni sono state oltre 4 milioni, +20% rispetto allo stesso periodo del 2020, mentre i contratti cessati sono stati 2,9 milioni: il saldo è dunque positivo per 1,2 milioni di contratti e anche il saldo annualizzato (la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi 12 mesi) ha il segno più per 605mila unità. Ma ad aumentare sono stati soprattutto stagionali e lavoratori in somministrazione (+33%), mentre i nuovi tempi indeterminati sono cresciuti solo del 4%. La variazione netta dei rapporti di lavoro stabili è di +124mila nei sette mesi, a fronte di +354mila rapporti di lavoro a termine e +440mila stagionali.

È un’inversione di marcia rispetto alla tendenza alla stabilizzazione che si era materializzata dopo l’approvazione del decreto Dignità, di recente scardinato con il benestare di tutta la maggioranza. Non a caso nei primi sette mesi le trasformazioni di rapporti a termine in tempi indeterminati sono state solo 260.976, in calo addirittura rispetto al 2020 “pandemico” quando erano state 309mila e in fortissima riduzione dalle 447mila nel 2019.

Quanto alle cessazioni, come ribadito ieri dal presidente Inps Pasquale Tridico in audizione “non ci sono state quelle ondate di licenziamenti che alcuni si attendevano”. A luglio, mese che ha segnato la fine del blocco per l’industria, sono stati interrotti 140mila contratti a tempo indeterminato. C’è un aumento del 22,66% rispetto a luglio 2020, in piena pandemia, ma il dato è in linea con lo stesso mese del 2018 e del 2019.

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