Mercoledì 6 ottobre, alle ore 18.30 circa, dopo alcune ore di camera di consiglio, la Corte di appello di Reggio Calabria, presieduta da Filippo Leonardo, ha finalmente emesso la tanto attesa (per quattro anni e mezzo) sentenza: Rosario Pio Cattafi è stato condannato in appello per il reato di associazione mafiosa.

Varrebbe la pena ripercorrere il lungo percorso che ha portato a questo giorno, per comprendere le difficoltà che spesso i familiari delle vittime di mafia si trovano ad affrontare prima di arrivare – se sono fortunati – ad una sentenza che affermi giustizia. Purtroppo, per problemi di spazio, mi limiterò alle ultime due udienze del processo a carico di un criminale già pregiudicato per porto e detenzione abusivi d’arma da fuoco, lesioni (in concorso con il mafioso artificiere della strage di Capaci, Pietro Rampulla) e calunnia (ai danni del primo collaboratore di giustizia barcellonese che mosse accuse nei suoi confronti, Carmelo Bisognano, e dell’avvocato di diversi familiari di vittime di mafia, Fabio Repici).

Cattafi ha sul petto anche due vergognose medaglie: essere stato il testimone di nozze del capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, ed esser stato appellato amichevolmente “zio Saro” dal capo dei capi Totò Riina. Ha anche, all’attivo, quarant’anni di indagini e/o processi per i più svariati e gravi reati, quali sequestro di persona, omicidio, traffico internazionale di armamenti, strage, associazione con finalità di terrorismo o di eversione, tutti finiti con archiviazioni, proscioglimenti o assoluzioni. Probabilmente è l’unico carcerato al 41-bis per il quale, dopo una condanna per mafia in primo e secondo grado, fu ordinata la scarcerazione; secondo i giudici, il suo ruolo nella mafia era “particolare” e per lui – e solo per lui – non valeva il criterio, pacifico da decenni in giurisprudenza, secondo cui chi si affilia alla mafia può uscirne solo in due modi: o da pentito o da morto.

Tornando al processo, eravamo rimasti alla richiesta del Sostituto Procuratore generale di Reggio Calabria, Giuseppe Adornato, di far decadere il reato di associazione mafiosa per intervenuta prescrizione (per poi rettificare e chiedere anche l’assoluzione per gli anni compresi tra il 1993 e il 2000), nonostante la Corte avesse già ordinato la rinnovazione istruttoria con l’audizione del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, su richiesta dell’avvocato di parte civile Fabio Repici.

Il 29 settembre 2021 il nuovo pg Antonio Giuttari (che aveva preso il posto di Adornato, nel frattempo trasferito d’ufficio), dopo la testimonianza di D’Amico, chiese alla Corte di revocare la richiesta del collega Adornato e di condannare Cattafi per gli anni compresi tra il 1993 e il 2000. Su quella giornata potete leggere la testimonianza dell’avvocato Fabio Repici (parte lesa per le calunnie di Cattafi e legale di parte civile per l’Associazione nazionale dei familiari delle vittime di mafia). L’udienza fu rinviata al 6 ottobre per gli interventi dell’avvocato Repici e del difensore di Cattafi, Salvatore Silvestro, alla fine dei quali i giudici della Corte d’appello di Reggio Calabria si ritirarono in camera di consiglio, uscendone con sentenza di condanna.

A questo punto, non mi rimane altro da fare che dare voce ad alcuni familiari delle vittime di mafia, che, dopo tanti schiaffi in volto, hanno potuto assaporare la serenità (temporanea, perché si dovrà aspettare – per la seconda volta – il verdetto della Cassazione) che dona uno Stato che afferma giustizia, anche nei confronti di quei mafiosi ammanicati con i peggiori poteri deviati e che riescono a rimanere (quasi del tutto) impuniti per quarant’anni.

“Questa è una sentenza che tende a ristabilire un po’ di equilibrio, anche se non posso ritenermi del tutto soddisfatta perché ancora molto deve essere accertato, come il ruolo di Rosario Cattafi nell’omicidio di mio padre. Ora ci aspettiamo che anche altri aspetti vengano riequilibrati e che soprattutto la giustizia faccia seriamente il suo corso, senza riservare sconti a nessuno, tantomeno a Cattafi, che, ricordiamolo, ha avuto un ruolo non indifferente nella storia che riguarda quel periodo buio che furono nel nostro paese le stragi mafiose e l’assassinio di mio padre”. Sonia Alfano, ex Presidente della Commissione europea antimafia e figlia del giornalista Beppe Alfano, assassinato nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. Il nome di Rosario Pio Cattafi è entrato nelle attuali indagini dell’autorità giudiziaria di Messina per quell’omicidio.

“Finalmente è giunta la sentenza che mette fine ad una situazione di ingiustizia che durava da anni. Noi familiari di vittime di mafia ci sentiamo sollevati, ma continuiamo a tenere alta l’attenzione e a chiedere che si faccia piena luce sulle responsabilità di questo personaggio inquietante, che fino ad oggi appariva intoccabile”. Paola Caccia, figlia del Procuratore di Torino Bruno Caccia, assassinato nel 1983. Nelle indagini sull’omicidio del giudice è entrato il nome di Rosario Cattafi, quale presunto mandante.

“Oggi è stata una giornata importante, direi quasi storica per Barcellona Pozzo di Gotto. Un criminale che opera indisturbato da decenni, indagato per traffico di armi, di droga e per omicidi, l’unico in Italia ad uscire dal 41 bis in quel modo, finalmente riceve una condanna per mafia. Peccato che sia giudicato mafioso fino al 2000, nonostante le dichiarazioni di pentiti che lo accusano di aver avuto un ruolo nell’omicidio di mio figlio Attilio. Ma intanto ci accontentiamo, in attesa che si apra un processo che renda giustizia anche a nostro figlio. Un grazie di cuore a chi, con correttezza e coraggio, ha reso possibile questa sentenza”. Angela Manca, mamma di Attilio Manca, medico assassinato nel 2004. Collaboratori di giustizia hanno riferito del coinvolgimento di Rosario Cattafi nelle dinamiche che portarono poi all’omicidio Manca, divenuto necessario per coprire la latitanza di Bernardo Provenzano e alcuni favoreggiatori di quest’ultimo.

“Una piccola cosa, a guardare i sei anni inflitti ad uno dei personaggi più contaminati e, soprattutto, più contaminanti degli ultimi quarant’anni, entrato nelle vicende tra le più amare per questo paese, ma sempre sgusciando fuori con disinvoltura. Sembrava tutto scritto, tanto più all’indomani della indigeribile sentenza d’appello sulla trattativa e della ignobile campagna di santificazione di coloro che hanno trattato con la mafia. Insomma, i presagi erano assai oscuri e serviva un miracolo, un miracolo laico. Ebbene, il miracolo é avvenuto. Grazie, avvocato Repici, grazie da tutte le persone oneste”. Stefano Mormile, fratello dell’educatore carcerario Umberto Mormile, assassinato nel 1990 con successiva rivendicazione del delitto – la prima in assoluto – da parte della Falange Armata. Rosario Cattafi, negli anni 90, fu imputato (condannato in primo grado e infine assolto) nel processo sui crimini commessi nel famoso autoparco di Via Salomone a Milano, una delle basi operative di un “consorzio” mafioso di cui faceva parte anche la cosca di Domenico Papalia, che ordinò l’omicidio di Umberto Mormile.

Pensieri e sentimenti di familiari delle vittime di mafia che ha riassunto perfettamente Salvatore Borsellino in una frase: “Finalmente un po’ di giustizia”.

PS. Per chi avesse voglia di approfondire l’argomento e saperne di più su alcune delle vicende richiamate che riguardano Rosario Cattafi, è disponibile un dossier a questo link.

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