Trecentomila euro per la revisione del processo in cui era stato condannato per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano. La storia di questa mazzetta è al centro dell’inchiesta coordinata dal procuratore di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, e dall’aggiunto, Gaetano Paci, che hanno chiesto e ottenuto dal giudice per l’udienza preliminare, Cinzia Bellini, il rinvio a giudizio del boss di Barcellona Pozzo di Gotto Giuseppe Gullotti. Dei 300mila euro promessi, il capo cosca siciliano ne avrebbe consegnati una parte: 50mila euro verosimilmente finiti in tasca all’allora pm Olindo Canali che, assieme al collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, è imputato nello stralcio del processo che si sta celebrando con il rito abbreviato davanti al gup di Reggio Calabria, competente per i reati commessi dai magistrati del Distretto di Messina. Il processo inizierà il 10 giugno.

Originario di Monza, l’ex sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto tra il 2008 e il 2009 era applicato alla trattazione di diversi procedimenti di competenza della Dda di Messina. Alcuni di questi riguardavano il boss Giuseppe Gullotti, cognato di Ciccio Rugolo, vecchio capomafia barcellonese e padre del medico Salvatore Rugolo che proprio con il pm Canali aveva un “rapporto di assidua frequentazione”. Morto a 54 anni a causa di un incidente stradale nell’ottobre 2008, Salvatore Rugolo sarebbe stato l’intermediario delle mazzette pagate al magistrato. La prima ipotesi di corruzione in atti giudiziaria risale al periodo che va dal 1997 al 2000 quando il sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto si stava occupando del processo per il triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino commesso il 4 settembre 1993.

Stando alle indagini del procuratore aggiunto Gaetano Paci, in quell’occasione, Canali avrebbe “accettato per sé la promessa e quindi ricevuto la somma di denaro di cento milioni di lire al fine di compiere atti contrari ai propri doveri d’ufficio”. In sostanza, secondo l’impianto accusatorio, il pm Canali avrebbe indotto il “D’Amico, tramite il Rugolo a far dichiarare il falso alla teste Francesca Consoli”, moglie della vittima Giuseppe Geraci. In un primo momento, la donna “aveva dichiarato di aver riconosciuto D’Amico in uno degli assassini” e poi, in udienza, “negava, contrariamente al vero, che il marito aveva riferito il nome di uno degli autori del suo ferimento”.

Sempre in merito al quel processo, inoltre, Canali non avrebbe “proposto entro i termini di scadenza processuali l’atto di appello avverso la sentenza che assolveva gli imputati”. Appello che depositò, invece, con alcuni giorni di ritardo per poi rinunciare all’impugnazione “per errore di calcolo”. Il secondo episodio di corruzione sarebbe avvenuto tra il 2008 e il 2009 ed è relativo al processo in cui il boss Gullotti era stato condannato in via definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993 con tre colpi di pistola calibro 22 mentre si trovava a bordo della sua Renault 9. Per alleggerire la posizione del capocosca, l’ex pm Olindo Canali avrebbe “accettato per sé la promessa della consegna di denaro di trecentomila euro, della quale riceveva una prima parte di cinquantamila euro”. Secondo gli inquirenti, il magistrato ha fatto “pervenire in forma anonima all’avvocato Giuseppe Calderone, difensore di Gullotti, un memoriale” che poi fu depositato nel processo “Mare nostrum” dove il boss era imputato.

In quello scritto, la cui paternità è stata riconosciuta da Olindo Canali, il magistrato accusato di corruzione “sosteneva che il Gullotti era stato condannato ingiustamente per l’omicidio del giornalista Giuseppe Alfano e che comunque sulle prove della sua responsabilità gravavano dubbi e perplessità tali da ‘chiedere ed ottenere la revisione della sua condanna’”. Il tutto “con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività di Cosa Nostra e in particolare della famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto”. Il prossimo 10 giugno per il boss Gullotti inizierà il processo mentre lunedì proseguirà quello con il rito immediato che vede imputati il magistrato Olindo Canali e il pentito Carmelo D’Amico. In entrambi, Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe Alfano, si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Fabio Repici.

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