Un bavaglio ancora più stretto per i magistrati e zittire di riflesso pure la stampa. È quello che vorrebbe Enrico Costa, l’ex ministro di Matteo Renzi, già berlusconiano di stretta osservanza, ora approdato alla corte di Carlo Calenda. È il deputato di Azione che ha incendiato l’ultimo scontro sulla giustizia tra i due opposti schiaramenti, che sostengono il governo di Mario Draghi. La commissione Giustizia della Camera, infatti, era chiamata a dare un parere al governo sul decreto legislativo approvato nell’agosto scorso dal Consiglio dei ministri. Il provvedimento aveva come obiettivo quello di recepire le disposizioni della direttiva Ue 343/2016 sul “rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza“. Nei fatti però si è tradotta in un bavaglio gli investigatori. Il decreto, infatti, proibisce agli inquirenti di fornire notizie sui procedimenti in corso al di fuori di cornici formali. Quali sarebbero le cornici formali? I comunicati stampa e solo nei “casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti” le conferenze stampa. Di più: si impone a chi comunica di non indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata”. Una norma assai vaga la cui violazione essere impugnata in giudizio, portando a pubbliche rettifiche o richieste di risarcimento danni. Inoltre lo stesso decreto rafforza il diritto dell’imputato a non rispondere alle domande non deve essere considerato prova della sua colpevolezza.

Ma a Costa tutto questo non basta. Il deputato di Azione si è presentato in commissione con una bozza di parere positivo, ma solo a certe concidzioni. La prima era escludere completamente le conferenze stampa da parte dei pm: dunque ha chiesto al governo di sopprimere dal decreto le parole “oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa”. Nei comunicati della procura, poi, secondo Costa non deve essere indicato il nome del singolo magistrato che conduce l’inchiesta: anzi, dei pm non vuole che si diffondano neanche le foto. “Le informazioni fornite siano attribuite in modo impersonale all’ufficio ed escludendo ogni riferimento ai magistrati assegnatari del procedimento, sia previsto il divieto di comunicazione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati”, si legge nel decreto dell’ex renziano.

Infine il deputato di Azione ha proposto che nella commisurazione della pena e nella concessione delle attenuanti non possano essere tratte conseguenze dal silenzio dell’imputato. Una proposta di parere che ha spaccato la maggioranza all’interno della commissione Giustizia. I 5 stelle con Vittorio Ferraresi si sono schierati contro, proponendo quattro controdeduzioni di segno completamente opposto. Tutto il centrodestra, compresi Fratelli d’Italia, Coraggio Italia più Italia viva, si è invece dichiarato a favore del parere di Costa. Il Pd con Alfredo Bazoli ha proposto di dare un parere favorevole secco, senza osservazioni o condizioni: “Non è opportuno dividere la maggioranza su misure che sono già di per sè importantissime. Proponiamo il parere favorevole secco per stare col governo e con la maggioranza”, ha detto l’esponente dem. L’obiettivo del centrodestra, dei renziani e di Costa era arrivare a una votazione: con i numeri di oggi, il parere per un bavaglio più stretto sarebbe passato. Il presidente della commissione, Mario Perantoni, ha però fatto notare come stesse per cominciare l’Aula: ha quindi rinviato il voto in commissione di una settimana. I tentativi di stretta al bavaglio per i magistrati sono solo rinviati.

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