A Londra un agente della Metropolitan Police è stato condannato al carcere a vita per aver rapito, stuprato e ucciso la giovane Sarah Everard, da lui fermata per presunte violazioni della legge anti Covid, dopo aver esibito il suo tesserino di riconoscimento.

Dopo la sentenza, il 30 settembre, la Metropolitan Police ha emesso un comunicato intitolato “La nostra risposta ai problemi sollevati dai crimini commessi da Wayne Couzens”.

La dichiarazione ammette che sì, questo è il più orribile dei crimini, ma fa parte di un quadro assai più grave e preoccupante perché altre donne sono state recentemente vittime di violenza e sono state uccise, rendendo urgenti alcuni provvedimenti per proteggere donne e ragazze. Ed ecco elencate le misure appena introdotte: una nuova strategia per affrontare la violenza contro le donne, nuove unità specializzate, 650 nuovi agenti impiegati nelle zone ritenute più a rischio, maggiore presenza della polizia e pattuglie dedicate (si spera composte da agenti di pasta diversa rispetto a Wayne Couzens).

Infine, anche se solo in fondo, si arriva al punto dolente: “Ci aspettiamo il meglio dai nostri agenti e, quando il loro comportamento è al di sotto dei nostri standard, essi minano la fiducia dei cittadini nei nostri confronti”, ma “vogliamo solo il meglio del meglio e agiremo sempre quando i nostri sottoposti non saranno all’altezza, creando sfiducia nel pubblico”. Segue un lungo excursus autoassolutorio dedicato alla carriera dell’agente condannato e ai controlli effettuati sul suo operato e sul suo comportamento.

A questo punto un’ampia digressione viene dedicata a “Che cosa fare se sei preoccupata che un agente possa costituire per te una minaccia/ Come si fa a dimostrare che un agente lo è davvero”. E qui neanche una sceneggiatura dei Monty Python avrebbe potuto produrre di meglio: “È raro che, a Londra, un singolo agente di polizia in borghese affronti da solo qualcuno. Tuttavia, se ciò non accade e ti ritrovi a interagire con un unico agente di polizia e sei da sola, è del tutto ragionevole che tu voglia cercare ulteriori rassicurazioni sulla sua identità e sulle sue intenzioni. Il nostro consiglio è di porre all’agente alcune domande molto ficcanti: Dove sono i suoi colleghi? Da dove viene? Perché si trova qui? Per quale preciso motivo mi ha fermato e mi sta parlando? Per fare una verifica chiedi se ha una radio e chiedi di sentire la voce dell’operatore, chiedi anche di parlare per radio all’operatore per dire chi sei e per verificare che ti trovi con un vero agente. Tutti gli agenti, ovviamente, saranno a conoscenza di questo caso e si aspetteranno un’interazione del genere e che le persone siano comprensibilmente preoccupate e più diffidenti di quanto non sarebbero state in precedenza e non si sorprenderanno di dover rispondere a più domande. Se, dopo tutto ciò, ritieni di trovarti in una situazione di pericolo reale ed imminente e non credi che l’agente sia chi dice di essere, allora direi che devi cercare assistenza rivolgendoti gridando a un passante, cercando rifugio in una casa, bussando a una porta, segnalando a un autobus di fermarsi o, se possibile, telefonando al 999”.

Lasciamo perdere la possibile incriminazione per resistenza a pubblico ufficiale (estesa magari ai passanti coinvolti o al conducente e ai passeggeri dell’autobus fermato) e soffermiamoci sull’aspetto più grave: il comunicato, purtroppo, non fornisce consigli se credi che l’agente sia davvero chi dice di essere, come nel caso della povera Sarah.

Il problema di Sarah era che Couzens, il suo assassino, era davvero un agente, che esibiva il tesserino e seguiva le procedure previste in caso di fermo e, se questa é la risposta “ai problemi sollevati dai crimini commessi da Wayne Couzens”, è chiaro che qualcosa non funziona alla Metropolitan Police, dove non hanno ancora realizzato che il problema è costituito dai loro agenti e non dai finti agenti.

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