Chi arriva a Milano passando dall’aeroporto di Linate la prima cosa che vede è il grande logo con l’aquila di Emporio Armani affisso ormai da venticinque anni sull’hangar a bordo pista. I milanesi quando lo vedono, dal finestrino dell’aereo, si sentono a casa e gli scappa un sorriso ogni volta che sentono qualcuno chiedere se l’intero scalo sia di proprietà di Giorgio Armani: no, non è suo, ma quell’insegna a caratteri cubitali posta al centro di uno scalo internazionale da cui ogni giorno passano migliaia di viaggiatori è sicuramente l’immagine che meglio rappresenta il legame indissolubile tra la moda metropolitana di Emporio Armani e l’attitudine cosmopolita dei tempi che viviamo. D’altra parte è proprio così che nel 1981 lo stilista concepì il marchio: un contenitore di capi, accessori e idee, che fosse il più inclusivo possibile, destinato a un pubblico trasversale. Oggi sembra scontato, ma quarant’anni fa l’idea di creare una moda dedicata ai giovani e alle esigenze di nuove generazioni di cittadini del mondo che faticavano a rispecchiarsi del formalismo del prêt-à-porter fu un gesto assolutamente rivoluzionario, suggellato dalla scelta di mettere al centro delle collezioni il denim. Nel corso degli anni arrivò poi la contaminazione con il mondo dello sportswear e così, in breve, quell’aquilotto scarabocchiato al telefono divenne, per le nuove generazioni, logo ed emblema di un modo di vestire e di essere, un lusso più casual ma profondamente radicato nel tempo, sospeso tra informali giubbotti di pelle e lo strapotere del jeans, nobilitato dal suo tocco magico. Un discorso continuo che Giorgio Armani ha portato avanti con curiosità e attenzione, come spettatore e al tempo stesso precursore dell’evoluzione in cui siamo immersi, come lui stesso ci racconta nell’attesa della sua sfilata-evento in programma giovedì 23 settembre.

Fino al 1981 nessuno stilista aveva mai inserito nella sua collezione un paio di jeans: lei non solo lo fece, ma elesse questo capo a emblema di Emporio Armani. Una scelta rivoluzionaria ma che all’epoca non fu vista affatto di buon occhio, anzi…Ripensando oggi a quelle critiche, cosa resta?
Resta la dimostrazione che rompere lo status quo disorienta, che critiche e scetticismo sono inevitabili, ma che bisogna seguire con determinazione la propria strada. Io rifarei tutto allo stesso modo.

I jeans sono il capo d’abbigliamento trasversale per eccellenza, il simbolo della democratizzazione della moda. Cosa rappresentano per Giorgio Armani?
Un capo che non passa mai di moda, che si adatta a ogni stile e per (quasi) tutte le età. Mi sarebbe piaciuto inventarli.

Quando e come capì che era giunto il momento di aprire le porte della moda ai più giovani, creando loro una linea ad hoc?
Mi è bastato guardarmi intorno. C’era fermento, spensieratezza, voglia di fare. I giovani guadagnavano la scena e una loro indipendenza, ma avevano poco con cui vestirsi. Il vuoto di mercato era evidente, e ho pensato di inserirmi. La risposta è stata immediata, travolgente e l’aquilotto diventò un simbolo in cui riconoscersi.

Quell’aquilotto da lei scarabocchiato quasi per caso durante una telefonata è diventato in questi quarant’anni il portatore della filosofia armaniana alle nuove generazioni. È ancora a loro che si rivolge oggi con le collezioni di Emporio? A chi pensa quando crea questi capi?
La linea si è molto evoluta. Il pubblico di Emporio, oggi, è più ampio e trasversale, in accordo con i tempi che sono cambiati. Giovinezza, oggi, non è tanto un dato anagrafico, quanto una sensazione, un modo di essere. In questo senso Emporio è diventato un brand contenitore, nel quale ciascuno può trovare qualcosa. Lo spirito è libero, metropolitano, dinamico.

Millennials, Gen Z, Gen Y… I giovani d’oggi vengono costantemente etichettati, nonostante siano i primi a invocare e perseguire un mondo più fluido. Lei come li vede? Che idea si è fatto di loro e che speranze vi ripone?
Io i giovani non li voglio etichettare. Mi piace vederli vivere, esprimersi, rompere gli schemi, creare. Sono il futuro e in loro mi piace credere. L’errore che fanno spesso gli adulti è sottovalutarli, mentre sono molto più attenti, ricettivi e profondi di quanto crediamo. Le barriere generazionali esistono, ma forse andrebbero abbattute.

Come si passa dal disegnare abiti di alta moda al concepire una linea di streetwear, legata allo spirito metropolitano?
Declinando con naturalezza e coerenza uno stile personale. Il trucco sta nella capacità di osservazione della realtà e nell’intuizione.

Emporio Armani divenne presto un successo internazionale grazie anche ad alcune campagne pubblicitarie iconiche, che oggi definiremmo “virali”, una su tutte quella con David Beckham: come intuì la potenzialità di scegliere una comunicazione rivolta al grande pubblico?
Fu una sensazione di pancia, un’intuizione. Ho voluto portare nella moda le grandi dimensioni e il linguaggio diretto della comunicazione adottata in altri ambiti. Come con i jeans, il mio intuito non mi ha tradito.

Tutte le campagne pubblicitarie di EA sono di forte impatto e dal fascino senza tempo: per quella di quest’inverno ha incaricato addirittura sei fotografi affinché catturassero, ognuno con la propria visione personale, l’essenza di Emporio Armani. Come avviene la scelta di fotografi e testimonial? È lei a dare loro ispirazione?
La scelta dei fotografi nasce sempre da un dialogo, da una certa affinità. Per Emporio Armani, ho accanto a me mia sorella Rosanna e insieme abbiamo visionato infinità di portfolio, scegliendo nomi nuovi il cui sguardo ci sembrava adatto ai tempi. Per la campagna attuale, tra i sei, però, non mancano veterani come Aldo Fallai e Max Vadukul: era interessante proporre sguardi diversi. I volti da scegliere sono un passaggio delicato: deve esserci sintonia.

Un aneddoto che le è rimasto nel cuore di questi quarant’anni di Emporio Armani?
Il primo Emporio era di fronte ai miei uffici di allora, in via Durini. Un giorno vidi due ragazzi discutere per l’ultimo paio di jeans rimasti. Ne rimasi impressionato.

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