Moda e Stile

La prima Cruise disegnata con l’AI: Philipp Plein e il ritorno del lusso che vuole farsi vedere

Nel giardino della sua villa in Costa Azzurra, lo stilista tedesco presenta una Cruise 2027 disegnata con l’AI. Tra clienti internazionali, champagne, supercar e abiti da Riviera, la sfilata racconta una nuova stagione del lusso: esperienziale, visibile, diretto. E non così lontano da alcune intuizioni della Gucci di Demna

di Ilaria Mauri
La prima Cruise disegnata con l’AI: Philipp Plein e il ritorno del lusso che vuole farsi vedere

Mentre l’intelligenza artificiale disegna in tre minuti i guardaroba milionari dell’estate 2027, le sfilate Cruise smettono di essere semplici fughe esotiche per trasformarsi in spietate e precisissime radiografie dei top spender globali. I mesi di maggio e giugno, storicamente dedicati alla presentazione di collezioni nate per vestire un’élite in vacanza verso lidi lontani, hanno cambiato pelle. Le mete non sono più “esotiche” nello stesso modo, ma le sfilate Cruise sono diventate un’altra cosa: operazioni di marketing globale, eventi per clienti molto importanti, esercizi di diplomazia del lusso, occasioni per portare un marchio dentro un luogo e farlo coincidere con un’esperienza. Le maison trasformano queste sfilate in imponenti strumenti di marketing. Gli ospiti, selezionati tra i clienti più altospendenti, vengono invitati per due o tre giorni di lusso totale: alberghi a cinque stelle, visite esclusive e cene di gala giustificano i costi ingenti di queste operazioni. È il momento in cui i marchi studiano da vicino chi genera concretamente i loro fatturati, osservando le abitudini di quell’unica fetta di acquirenti disposta a rinunciare alla privacy pur di partecipare all’evento. I costi sono altissimi, ma l’obiettivo è preciso: non vendere solo un abito, bensì un’appartenenza. È in questi contesti che si capisce chi tiene in piedi una parte consistente dei fatturati del lusso. Non necessariamente il pubblico che commenta le sfilate su Instagram. Non sempre quello che piace alla critica. Spesso, molto più semplicemente, quello che compra. Così, Dior ha scelto Los Angeles e il LACMA per la Cruise 2027, con Jonathan Anderson al suo debutto resort per la maison. Gucci ha portato Demna a Times Square, a New York, trasformando l’incrocio più commerciale d’America in una grande superficie “guccificata”. Louis Vuitton ha guardato ancora agli Stati Uniti, Chanel ha confermato il suo sistema di viaggi simbolici, dalla Cruise a Biarritz alla prossima Métiers d’Art a Roma. Philipp Plein, invece, ha fatto una scelta più personale e più rivelatrice: ha aperto il giardino di casa sua durante Cannes, a La Jungle du Roi.

La villa di Plein è già un manifesto estetico: palme, terrazze affacciate sul mare, piscine illuminate, opere d’arte contemporanea all’aperto, supercar esposte nel cortile. Gli ospiti venivano accolti più come amici del padrone di casa che come invitati a uno show: champagne, tavolini in giardino, lettini a bordo piscina, Cannes sullo sfondo. La passerella non separava davvero chi guardava da chi sfilava. Tutto apparteneva allo stesso ambiente. Plein, tedesco, classe 1978, ha costruito infatti il suo marchio fuori dai codici più ortodossi della moda, spaziando dalla moda all’arredamento, dagli accessori all’hotellerie. Un universo di abiti, sneakers, pelle, cristalli, teschi, loghi, denim decorato, lusso rumoroso. È uno stilista-imprenditore che ha sempre rivendicato un’estetica ben definita, spesso snobbata dagli ambienti più sofisticati del fashion system eppure capace di parlare a un pubblico internazionale molto fedele. Nel suo gruppo convivono Philipp Plein, Plein Sport e Billionaire, marchio che già nel nome chiarisce il tipo di fantasia sociale a cui si rivolge.

La vera particolarità della sfilata, però, era la genesi della collezione. La Cruise 2027 di Philipp Plein è la prima Cruise disegnata con l’intelligenza artificiale. Lo stilista la racconta non come una provocazione, ma come uno strumento ormai entrato nel lavoro creativo. I capi traducono il paesaggio della Riviera in un’estetica da sera estiva: stampe morbide, azzurri e rosa da tramonto, richiami marini, cristalli che catturavano la luce, abiti da cocktail, gown con cut-out strategici, silhouette lucide e aderenti. L’ispirazione è quella tipica del luogo, tra sere d’estate e glamour cinematografico. In passerella, più che la discrezione, c’era l’idea di una donna che vuole essere vista: abiti sensuali, dettagli scintillanti, tagli pensati per il corpo e per la fotografia. L’AI, in questo contesto, non ha prodotto una moda fredda. Al contrario, ha amplificato un immaginario già molto codificato. Plein ha spiegato nel backstage il suo approccio: “Al momento tutto il contenuto creato dall’AI è gratis. Così mi sono messo all’opera: ho digitato ‘Philipp Plein’, ‘collezione estiva’, ‘futuristica’, ho fatto un elenco di colori, ho messo alcuni altri input, ho lavorato per tre minuti, ho schiacciato un tasto e in meno di un minuto ho avuto 40 disegni diversi. E’ disegnata con l’Ai, ma è anche la più difficile che abbia mai fatto per il lavoro di craftsmanship applicato“.

Tra il pubblico una varia umanità arrivata da tutto il mondo, con una forte presenza tedesca, clienti vestiti dalla testa ai piedi con look dello stilista, tacchi altissimi, borse riconoscibili, abiti di collezioni precedenti. Alla fine dello show si è formato un vero bagno di folla: tutti in fila per salutare il padrone di casa, farsi fotografare con lui, stringergli la mano, dirgli qualcosa. Una scena più da rockstar che da stilista. E forse proprio qui sta la differenza: Plein non vende soltanto vestiti, vende un immaginario. Un pubblico che non chiede understatement, ma riconoscimento. I numeri aiutano a capire perché questa fetta di mercato non vada liquidata come folclore. Secondo i dati comunicati dal business advisor Carmine Rotondaro, il gruppo Philipp Plein ha chiuso il 2025 a 205 milioni di euro di fatturato, in calo del 4,2%, dopo una razionalizzazione della rete retail che ha portato alla chiusura degli store di Londra, Vienna, Roma e dei negozi in Cina. E la riorganizzazione sta già dando i suoi frutti: il primo trimestre 2026 segna un +11%, con una stima per fine anno a 220 milioni (+7,3%). Non è un caso isolato. Stefano Ricci, marchio fiorentino di menswear ultra-lusso e clientela internazionale ad altissima capacità di spesa, ha chiuso il 2025 a 217 milioni di euro, in crescita dell’1%, e ha registrato nei primi cinque mesi del 2026 un +4%, trainato anche dagli Stati Uniti. Esteticamente Ricci e Plein rispondono a una stessa richiesta di mercato: un lusso visibile, molto costoso, molto identitario, legato a clienti internazionali con grandi disponibilità, non sta vivendo la crisi nello stesso modo dei grandi gruppi più esposti al consumatore aspirazionale.

Qui si apre un punto che la moda tende spesso a rimuovere. L’ostentazione non è morta. È cambiata, si è spostata, è stata periodicamente dichiarata volgare, superata, poco chic. Ma continua a vendere. Anzi, in alcuni segmenti vende proprio perché non chiede permesso al buon gusto istituzionale. È lo spazio che un tempo, in parte, occupava Versace. Quando Gianni Versace costruì il suo immaginario di corpi, metallo, Medusa, pelle, sensualità, celebrità e glamour sfacciato, fu spesso guardato con sufficienza da chi preferiva la linea più rigorosa e borghese di Giorgio Armani. Non a caso, una battuta diventata formula d’epoca diceva: “Armani veste le mogli, Versace le amanti”.

Il punto è che quel desiderio non è scomparso, anzi, è semplicemente più lontano dai riflettori. Non è un caso infatti che anche Gucci stia chirurgicamente intercettando questo preciso segmento. Sotto la direzione di Demna, la maison sta codificando un’estetica che ibrida riferimenti street, sensualità esplicita e una massiccia dose di ostentazione. Se inizialmente l’approccio sembrava muoversi sul filo dell’ironia contro gli stereotipi del lusso — basti pensare all’abito “naked” che ha chiuso la sfilata milanese di febbraio —, oggi i contorni della strategia commerciale sono nitidi. La Cruise 2027 di Gucci a New York, ribattezzata GucciCore, va letta anche così. Demna ha scelto Times Square, cioè il luogo meno discreto e più pubblicitario d’America, per costruire una collezione che si presenta come guardaroba permanente e al tempo stesso come caricatura del desiderio contemporaneo. Alle 20:30, circa cinquanta schermi si sono accesi all’unisono con un mondo “Guccificato”: Gucci Acqua, Gucci Automobili, Gucci Gym, Palazzo Gucci, Gucci Pets. Molte di quelle campagne sembravano generate con l’intelligenza artificiale. Non era una trovata laterale, ma parte del discorso: il marchio come ambiente totale, come consumo moltiplicato, come sogno e parodia del sogno. In passerella, Demna ha portato borghesi perbene, yuppie tormentati, femme fatale, chav, galleristi, finance bro, celebrity e archetipi urbani. C’erano Paris Hilton, Tom Brady, Cindy Crawford, Dree Hemingway, Alex Consani, Mariacarla Boscono, Anok Yai, Emily Ratajkowski. C’erano bouquet, tappetini da yoga, cataloghi d’arte, borse sovrapposte, zainetti da ufficio, pellicce ingombranti, giacche gessate, chiodi di pelle, abiti formali tirati sul corpo, collier da grande sera, piume, lustrini, fasce Web a cingere il petto, stampe Flora, animalier, denim slavato e camicie di seta. Tutto sembrava insieme serio e derisorio. Lo stilista georgiano sembra giocare con gli stereotipi di Gucci: il glamour italiano, il sesso, il logo, la ricchezza un po’ teatrale, l’ossessione per l’oggetto. Lo fa con ironia, come gli è sempre riuscito da Vetements a Balenciaga. Ma forse lo scherzo non è solo uno scherzo. Forse è una strategia precisa.

New York, in questo senso, non è stata una scelta “resort” in senso tradizionale. Non c’era alcuna fuga esotica, nessuna cartolina da vacanza. C’era invece la città dei soldi, degli schermi, del consumo, della pubblicità, degli HNWI, dei grandi portafogli e dei sogni da vendere. L’America resta centrale per il lusso: secondo l’Altagamma Consensus 2026, il Nord America rimane un mercato prioritario, sostenuto dalla Borsa, dalla fiducia del consumatore e dalla crescita degli high net worth individuals. Non sorprende che Dior sia andato a Los Angeles, che Louis Vuitton abbia guardato a New York, che Gucci abbia scelto Times Square. È poco resort, ma molto pragmatico. Plein a Cannes e Gucci a New York sembrano lontanissimi. Uno apre il giardino di casa sua a clienti e amici durante il Festival, l’altro occupa gli schermi più famosi del capitalismo occidentale. Uno usa l’AI per generare una collezione da Riviera, l’altro per mettere in scena un universo di prodotti fittizi e desideri ipercommerciali. Ma entrambi intercettano la stessa necessità: il lusso deve dare ai clienti la sensazione di essere dentro un mondo. Per anni la moda ha cercato di educare il pubblico al silenzio del gusto. Oggi, forse, sta tornando a guardare con più attenzione chi non ha mai smesso di volere rumore, e se lo può permettere: cristalli, logo, pelle, corpo, auto, feste, viaggi, ville, città illuminate. Il mercato non giudica con gli stessi criteri della critica. E le Cruise, più di molte sfilate ufficiali, lo mostrano con brutale chiarezza: dietro ogni immaginario ci sono persone che comprano. A Cannes, a bordo piscina, erano sedute in prima fila.

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