Crisi ambientale, conflitti, disuguaglianza. Il problema di sostenibilità della specie umana è ormai impossibile da trascurare. In questa serie di post, come Rethinking Economics Italia analizzeremo all’origine le cause tecnologiche, economiche e politiche dei problemi che affliggono la società moderna e forniremo delle soluzioni per combatterli.

Lo scorso 29 giugno a Lytton, in Canada, il termometro ha toccato i 49,6°C, battendo il precedente record del 1937. Alla fine di una settimana rovente ben poco è rimasto del piccolo villaggio a nord di Vancouver, raso al suolo da una serie di incendi mai vista fino ad allora. Questo è solo l’ultimo, scioccante, segnale d’allarme a cui assistiamo e che testimonia il pericolo e l’importanza dei cambiamenti climatici causati dall’uomo.

L’impatto dell’essere umano sull’ecosistema è dimostrato dai dati sull’attività economica e industriale e la produzione di gas serra. Tali gas, soprattutto il diossido di carbonio (CO2), hanno il duplice effetto di aumentare la temperatura (effetto-serra) e di indebolire lo strato di ozono atmosferico, permettendo a più raggi ultravioletti di penetrare l’atmosfera – causando quindi un ancora più accentuato aumento delle temperature, oltre alle ben note malattie della pelle. Tale relazione lineare tra CO2 e temperatura media globale è sempre esistita nella storia del nostro pianeta, come dimostrano i carotaggi effettuati nel ghiaccio antartico.

Nell’ultimo secolo, però, l’aumento dei gas serra è stato di una velocità disarmante: gli esseri umani hanno prodotto più diossido di carbonio negli ultimi quarant’anni rispetto ai due secoli precedenti. Le conseguenze di tale incremento sono disastrose: l’acidificazione e l’innalzamento degli oceani, lo scioglimento delle calotte polari con conseguente riduzione delle riserve di acqua potabile, la maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi e in generale la compromissione dell’equilibrio biologico che permette la vita sulla terra come la conosciamo. Un numero sempre maggiore di specie animali rischia di scomparire a causa dell’urbanizzazione e delle coltivazioni intensive, che allo stesso tempo impoveriscono il terreno, rendendolo arido e infertile. Per comprendere meglio la portata di ciò di cui parliamo, si prevede che entro il 2048 non ci saranno più pesci nei nostri mari e oceani.

La salute di milioni di persone è in pericolo a causa dei cambiamenti climatici. L’inquinamento dell’aria è la causa di 6-7 milioni di morti all’anno nel mondo e la sesta causa di riduzione della speranza di vita, in particolare nei Paesi dell’emisfero Sud. È evidente quindi come l’uomo stia incrinando un fragile equilibrio biologico a un ritmo senza precedenti. Ed è altrettanto evidente come il clima e l’ecosistema globale siano dei sistemi complessi, per cui ogni piccola modifica può avere effetti imprevedibili, così come, una volta superate determinate soglie (o tipping points), sia impossibile tornare indietro. Ad esempio, le superfici bianche delle calotte polari riflettono la luce solare e sciogliendosi lasciano spazio alla terra, più scura, che assorbe più calore; la temperatura cresce allora ancora più velocemente e con essa si intensifica lo scioglimento dei ghiacci, in un circolo vizioso che può facilmente sfuggire e slegarsi dall’aumento iniziale di temperatura.

Gli economisti neoclassici, come il premio Nobel William Nordhaus, non hanno riconosciuto la gravità dei cambiamenti climatici, ignorando tali circoli viziosi. Nei loro studi, come evidenziato dall’economista Steve Keen in un articolo tradotto da Rethinking Economics Italia e disponibile qui, sottostimano gli effetti del riscaldamento globale, dando per scontato che molti settori dell’economia (anche il 90%!) non verranno colpiti dal cambiamento climatico poiché svolti al chiuso e dimostrano il fallimento dell’economia neoclassica nel comprendere le dinamiche di un sistema complesso come quello del clima (nel suo paper del 1991, Nordhaus stimava che un aumento di 3°C avrebbe avuto un effetto sul Pil di -0.25%).

Non è però giusto puntare il dito contro “l’uomo” in generale; è necessario invece differenziare tra Paesi più o meno responsabili del cambiamento climatico. A livello mondiale, il 10% più ricco della popolazione produce il 50% dei gas serra, mentre il 50% più povero ne emette solamente il 10%. E tale disuguaglianza è valida anche per il consumo di materie prime e in ultima analisi per il contributo ai cambiamenti climatici.

Per cercare di arginare gli effetti di tali cambiamenti, gli scienziati hanno sviluppato una misura di soglia delle emissioni di CO2, (carbon budget), che rappresenta il bilancio totale che non possiamo superare se vogliamo mantenere l’aumento della temperatura globale rispetto ai livelli preindustriali, entro i 2°C in questo secolo, ed evitare quindi conseguenze irreparabili sull’ecosistema e il clima del nostro pianeta. Negli ultimi anni le emissioni globali sono aumentate costantemente: di questo passo raggiungeremo la soglia critica entro i prossimi 15 o 20 anni. È necessario quindi invertire tale tendenza il prima possibile, per permetterci di avere più tempo per trasformare la nostra economia e società.

Tale trasformazione non sarà di certo indolore. Alcuni Paesi occidentali, tra cui Stati Uniti e Italia, sono stati in grado di ridurre le proprie emissioni senza intaccare la propria crescita economica, ma se oggi tutti i Paesi del mondo consumassero quanto i Paesi occidentali, il nostro impatto sul pianeta sarebbe quattro volte superiore, e potremmo dire addio a qualunque possibilità di limitare l’innalzamento della temperatura.

Ridurre le emissioni di gas serra, però, è solo una parte della lotta al cambiamento climatico. Fermare il riscaldamento globale, infatti, non vuol dire minimamente ripristinare gli ecosistemi distrutti da decenni di crescita incontrollata, né invertire i processi di deforestazione e desertificazione. Per arrivare a ciò dobbiamo ripensare l’intero sistema economico in cui viviamo, spostando la nostra attenzione dalla ricerca della crescita a tutti i costi verso la ricerca di un maggiore benessere, una più equa distribuzione delle risorse e un rapporto nuovo e paritetico con il pianeta e la natura a cui apparteniamo.

Nelle prossime settimane approfondiremo il tema della produzione e distribuzione dell’energia e vedremo a che punto sia la ricerca nel campo delle rinnovabili.

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