Dopo la richiesta che il ministro Daniele Franco riferisca in Parlamento sull’ipotesi di fusione del Monte dei Paschi di Siena in Unicredit, ora tutti i partiti chiedono al governo Draghi di prendere altro tempo. O meglio, di chiedere all’Europa di concedere altro tempo al Tesoro – rispetto alla scadenza che era fissata a fine 2021 – per uscire dal capitale dell’istituto vendendo la propria quota del 64%. Tutti tranne il Pd, il cui segretario Enrico Letta corre alle suppletive per il seggio di Siena che fu dell’ex ministro e oggi presidente di Unicredit Pier Carlo Padoan. Che affianca l’ad Andrea Orcel, artefice – come consulente – dell’acquisto di Antonveneta che fu l’origine dei mali del Monte. Intanto l’agenzia Bloomberg scrive che, anche se i colloqui sono in fase preliminare, Unicredit potrebbe farsi carico dei bond subordinati di Mps: i loro possessori dunque non dovrebbero essere coinvolti nell’eventuale burden sharing per ripristinare i livelli minimi di capitale che ora la banca, stando agli stress test di venerdì scorso, non raggiunge. La notizia ha consentito ai bond di ridurre le perdite che stavano registrando.

“L’operazione Mps deve passare da alcuni requisiti imprescindibili”. Senza questi presupposti “si prenda in considerazione anche di superare la data di vendita prevista dal precedente governo per il 31/12/2021”, chiede il sottosegretario al Mef Claudio Durigon (Lega) in una nota. “Siamo solamente all’inizio e ad oggi esiste una sola trattativa di salvataggio”. Ma sulla stessa linea sono anche il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e Leu. Mentre Forza Italia aveva già fatto sapere di ritenere che non sia il momento giusto per avviare la trattativa con piazza Gae Aulenti.

“Cosa dovrebbe fare il governo sulla banca Mps? I recenti stress test hanno segnalato serie criticità ma ci sono anche segnali positivi come l’utile del primo trimestre. Credo che il governo debba farsi valere sia con l’Europa per avere più tempo, sia con le negoziazioni in corso per avere maggiori garanzie sulla tutela dei posti di lavori e dei soldi dei contribuenti“, dice dal canto suo l’ex premier e leader in pectore del M5S Giuseppe Conte, intervistato da La Stampa. E anche per la capogruppo di LeU al Senato Loredana De Petris “si devono verificare anche altre ipotesi e cercare soluzioni alternative“, per cui “è necessario evitare operazioni affrettate che renderebbero la svendita inevitabile, contrattando con l’Europa sui tempi“.

Al coro si uniscono, con un’interrogazione urgente alla Commissione Europea indirizzata ai commissari Paolo Gentiloni e Valdis Dombrovskis, il copresidente del gruppo Ecr a Bruxelles, Raffaele Fitto, e il capo delegazione di Fdi nel Parlamento Europeo, Carlo Fidanza: l’Ue deve concedere “più tempo” per l’uscita del Mef dal capitale, sostengono, mettendo nel mirino “la gestione sconsiderata della vicenda Mps da parte del Pd” che “rischia di portare al naufragio la storica banca senese, di metterne a rischio il brand e di causare migliaia di esuberi”.

A favore della vendita resta solo Benedetto Della Vedova, segretario nazionale di +Europa e sottosegretario per gli Affari esteri e la cooperazione Internazionale, che al Corriere spiega: “Meglio vendere che bruciare risorse pubbliche all’infinito. Penso che la questione del Mps, purtroppo, sia di come mettere fine al circuito vizioso delle perdite e delle ricapitalizzazioni. Lo Stato ha i due terzi del capitale, è evidente che perdite e ricapitalizzazioni ricadono sui contribuenti. Di più, dal 2022 Mps dovrebbe muoversi dentro le regole di mercato europee e una ricapitalizzazione da parte dei soci privati potrebbe, diciamo, rivelarsi impossibile segnando il destino della banca”.

A questo riguardo Morgan Stanley in un report sull’esito dello stress test di venerdì in cui è la banca è risultata la peggiore tra le 50 sottoposte dall’Eba all’esame. La banca d’affari scrive che “potrebbe esserci un razionale nel coprire” la carenza di capitale emersa nel test “usando la ricapitalizzazione precauzionale senza burden sharing“, cioè senza un nuovo contributo di azionisti e obbligazionisti subordinati, ma per farlo occorre dimostrare che il deficit sia “una conseguenza della pandemia”. “Di conseguenza – scrivono gli analisti – Mps dovrà presentare il suo caso alla commissione Ue che dovrà prendere una decisione formale”. In caso di ricapitalizzazione precauzionale lo Stato “potrebbe coprire l’intero deficit di capitale”, stimato da Morgan Stanley in 3,1 miliardi Lo scorso aprile Mps, quando ancora stimava un deficit di capitale prospettico di 1,5 miliardi di euro (il fabbisogno si è recentemente ridotto sotto il miliardo), ne attribuiva solo il 15%, pari a 225 milioni agli effetti del Covid.

Intanto come da attese arriva la bocciatura dell’ipotesi Unicredit da parte della presidente dell’associazione Vittime del Salvabanche Letizia Giorgianni. “Quanto sta accadendo ci ricorda esattamente le clausole pretese da Banca Intesa per acquisire le due banche popolari venete. Il ministro che allora stese quel decreto legge a favore di Banca Intesa era Padoan che ora è il presidente di Unicredit, e che da ministro del Tesoro (Pd) salvò Mps nel 2017 per essere eletto a Siena nel 2018. Cambiano i governi ma le ricette del Pd per le crisi bancarie no: privatizzare i profitti e scaricare su noi contribuenti le perdite“. I sindacati guardano invece soprattutto alle ricadute occupazionali. Dalida Angelini, segretaria generale della Cgil Toscana afferma: “Ora serve, col coinvolgimento del sindacato, una soluzione che non disperda il ruolo che storicamente quell’istituto ha avuto non solo per lo sviluppo del territorio senese ma di tutta la regione, contro ogni spezzatino e a difesa dell’occupazione”. Secondo il segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, “per rilanciare il Monte dei Paschi di Siena e tutelare i posti di lavoro a rischio, occorre prendere tempo e puntare sul valore unico che contraddistingue la banca più antica del mondo: il profondo e radicato legame con il tessuto economico del territorio”.

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