“Hai fatto benissimo”. È al risposta dell’ex direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Basentini, via chat, all’amministratore delle carcere della Campania Antonio Fullone, indagato per falso e depistaggio, che lo informa di avere disposto la “perquisizione straordinaria” del 6 aprile 2020 durante la quale si è scatenata la violenza della polizia penitenziaria contro i detenuti del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Basentini, poco meno di un mese, fu costretto a dimettersi per la disastrosa gestione delle rivolte carcerarie dei mesi scorsi, dietro le quali c’era l’ombra della regia della criminalità organizzata e soprattutto, per la circolare del 21 marzo 2020 legata all’emergenza coronavirus – raccontata da ilfattoquotidiano.it – che aveva spinto gli avvocati dei boss a chiedere gli arresti domiciliari per rischio contagio, come dimostrato dalle intercettazioni in carcere pubblicate dal Fatto. Agli atti dell’indagine su quella che il giudice per le indagini preliminari, Sergio Enea, ha definito “un’orribile mattanza”, figurano anche le chat estrapolate dai cellulari sequestrati agli indagati: agenti, graduati e funzionari. “Buona sera capo – scrive Fullone sulla chat con la quale tiene in piedi la comunicazione con il direttore del Dap -, è in corso perquisizione straordinaria, con 150 unità provenienti dai nuclei regionali (oltre il personale dell’istituto)… Era il minimo per riprendersi l’istituto… il sicuro ritrovamento di materiale non consentito ci potrà offrire l’occasione di chiudere temporaneamente il regime… il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così…”. Secondo quanto ha reso noto il procuratore Maria Antonietta Troncone durante la conferenza stampa di lunedì scorso, l’ex capo del Dap sarebbe stato informato della conclusione della “perquisizione straordinaria”.

Intanto oggi proseguiranno gli interrogatori di garanzia degli arrestati. Ieri nove sono stati convocati dal gip per rispondere alle domande. “Io sono l’ultimo anello della catena, le modalità di intervento sono state decise dai miei superiori” ha detto l’ispettore coordinatore del Reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere, Salvatore Mezzarano, considerato il “co-organizzatore ed esecutore” delle violenze ai danni dei detenuti. Il poliziotto ha rilasciato una dichiarazione spontanea al gip che ha firmato 52 misure: otto agenti sono finiti in carcere, 18 ai domiciliari, mentre 23 sono stati interdetti e per tre è stato disposto l’obbligo di dimora.

Ieri alcuni si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. L’unico che ha risposto alle domande del magistrato è stato l’agente Pasquale De Filippo (difeso dall’avvocato Carlo De Stavola), il cui interrogatorio è durato un’ora e mezza. De Filippo ha contestato le accuse che gli sono state mosse, ricostruendo la sua posizione nell’ambito della perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020; ha spiegato di non aver fatto alcun uso sproporzionato di violenza. Anche l’altro agente finito in carcere, Oreste Salerno (assistito da Angelo Raucci), si è avvalso della facoltà di non rispondere, così come i sei agenti raggiunti dalla misura cautelare della sospensione dall’attività lavorativa. Gli interrogatori di garanzia proseguiranno oggi e andranno avanti fino al 7 luglio. Mentre Mazzarano appunto ha rilasciato una dichiarazione.

Il 6 aprile 2020 nell’istituto, secondo quanto ricostruito dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, quasi 300 agenti della Polizia Penitenziaria hanno pestato per 4 ore, arrivando a commettere vere e proprie torture, altrettanti detenuti del Reparto Nilo, che il giorno prima avevano protestato dopo che si era diffusa la notizia della positività al Covid di un recluso. Per questi episodi lunedì, a 52 tra ufficiali e sottufficiali della Penitenziaria in servizio quel giorno nel carcere, sono state notificate dai carabinieri le misure cautelari emesse dal gip Sergio Eneache ha definito l’accaduto “un’orribile mattanza” – per i reati di tortura, maltrattamenti, depistaggio, falso.

“Un’offesa e un oltraggio alla dignità della persona dei detenuti e anche a quella divisa che ogni donna e ogni uomo della Polizia Penitenziaria deve portare con onore, per il difficile, fondamentale e delicato compito che è chiamato a svolgere”. Davanti ai video pubblicati di quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere l’anno scorso, il 6 aprile 2020 – fatti salvi gli ulteriori accertamenti dell’Autorità Giudiziaria e tutte le garanzie per gli indagati – la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, parla di “un tradimento della Costituzione”. Il Partito Democratico, il giorno dopo la diffusione dei video in cui si vedono gli agenti penitenziari picchiare e umiliare i detenuti, aveva chiesto alla Guardasigilli di riferire in Parlamento. “Non posso ripensarci, vado al manicomio. Secondo me erano drogati, erano tutti con i manganelli, anche la direttrice” dice Vincenzo Cacace, ex detenuto sulla sedia a rotelle nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ricordando il pestaggio. “Sono stato il primo ad essere tirato fuori dalla cella insieme con il mio piantone perché sono sulla sedia a rotelle – racconta -. Ci hanno massacrato, hanno ammazzato un ragazzo. Hanno abusato di un detenuto con un manganello. Mi hanno distrutto, mentalmente mi hanno ucciso. Volevano farci perdere la dignità ma l’abbiamo mantenuta. Sono loro i malavitosi perché vogliono comandare in carcere. Noi dobbiamo pagare, è giusto ma non dobbiamo pagare con la nostra vita. Voglio denunciarli perché voglio i danni morali”.

Intanto la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha dato disponibilità al via libera all’indagine ispettiva disposta dalla ministra Marta Cartabia, in accordo con il capo del Dap Dino Petralia “un accertamento che si affiancherà all’indagine penale della magistratura. Il punto di partenza è chiaro: nessuno sconto a chi ha sbagliato, a tutela anche della stragrande maggioranza di agenti che svolge il proprio lavoro in modo impeccabile. Per questo l’analisi del ministero sarà estesa a tutti gli eventuali episodi analoghi che possano essersi verificati all’interno degli istituti” ha detto il sottosegretario alla Giustizia con delega alle polizia penitenziaria Francesco Paolo Sisto che poi ha proseguito: “Nella riunione straordinaria convocata ieri dalla Ministra, alla quale ha preso parte anche il Garante Nazionale dei detenuti, sono stati fissati immediati incontri sia con gli 11 provveditori sia con tutte le sigle sindacali della Polizia penitenziaria per veicolare, con i provvedimenti necessari, un messaggio chiaro: dobbiamo concepire il carcere come una grande comunità, in cui tutti hanno lo scopo di garantire l’applicazione dei princìpi costituzionali. La scommessa culturale che dobbiamo vincere è quella di superare la dicotomia tra detenuti e agenti penitenziari per dare pieno contenuto alla funzione rieducativa della pena. Nella riunione è inoltre emersa la necessità di verificare con puntualità le procedure della filiera di comando, restituendo loro maggiore rigorosità documentale, con specifico riferimento alle ispezioni straordinarie. A ciò si affianca l’installazione generalizzata di sistemi di videosorveglianza negli spazi comuni degli istituti, nonché una maggiore attenzione alla formazione permanente della PolPen e l’istituzione di un servizio medico interno alla penitenziaria che possa garantire una più efficace assistenza psicologica a chi è sottoposto a simili, assillanti stress”.

Foto di archivio

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