Acqua, aria, terra e le menti. Quattro aspetti un solo filo conduttore: qual è il vero impatto dello sfruttamento petrolifero in Basilicata? Alla vigilia dell’udienza preliminare del processo nei confronti dei manager Eni accusati di disastro ambientale in relazione allo sversamento di 400 tonnellate di greggio nel 2017 al Centro Olio Val d’Agri, ReCommon pubblica il webdoc L’inganno – realizzato in collaborazione con i videomaker Salvatore Laurenza e Mimmo Nardozza – per raccontare attraverso video, testi, fotografie e animazioni la storia del “Texas d’Italia”, dei suoi pozzi petroliferi e dei suoi centro olii, compreso quello Total di Tempa Rossa.

Attraverso la voce delle associazioni locali che da anni chiedono di fare piena luce sulle conseguenze per la salute e l’ambiente, la domanda di fondo che si rincorre tra interviste e infografiche è da quale parte penda la bilancia tra impatti e benefici della corsa all’oro nero in una delle Regioni tra le più povere d’Italia, nonostante i primi pozzi – oggi sono 24 – siano stati scoperti nel 1921. “Pensiamo che il webdoc sia uno strumento molto utile a disposizione delle comunità lucane per comprendere quali sono i reali effetti dello sfruttamento petrolifero sui loro territori”, spiega Luca Manes di ReCommon.

QUI IL WEBDOC INTEGRALE “L’INGANNO”

Che non vuol dire solo royalties e posti di lavoro, ma una storia che è finita più volte anche nelle aule di tribunale. A marzo, nell’ambito del cosiddetto processo Petrolgate tenutosi a Potenza, l’Eni è stata condannata in primo grado per traffico illecito di rifiuti prodotti dal Centro Olio di Viggiano e smaltiti in impianti di depurazione su territorio nazionale. La compagnia dovrà pagare una sanzione di 700mila euro e si è vista confiscare 44,2 milioni di euro. Sei ex manager dell’impianto in Val d’Agri sono stati condannati a pene detentive fino a 2 anni e una condanna a 1 anno e sei mesi è stata inflitta all’ex dipendente della Regione Basilicata Salvatore Lambiase. L’Eni e i sette imputati dovranno risarcire i danni, patrimoniali e non, alle 278 parti civili riconosciute nel procedimento.

Associazioni e lucani ai quali si rivolge L’inganno, dove trovano spazio le figure che da sempre sono impegnate in prima linea per difendere il territorio dai potenziali rischi. Come gli attivisti Giorgio Santoriello e Isabella Abate o Giuseppe di Bello, capitano della Polizia provinciale che denunciò l’inquinamento all’invaso del Pertusillo, un bacino idrico fondamentale per il Mezzogiorno che sorge a pochi chilometri dal Cova, e che – ricorda Recommon – è stato “demansionato” fino a diventare il custode al museo di Potenza. Il petrolio avrebbe dovuto portare alla salvezza economica e allo “sviluppo”, ma la svolta non è mai arrivata. Eppure in Basilicata sono rimasti in pochi a chiedersi se ci sia un’alternativa.

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