“Immersioni fondamentali per i biologi marini, ma troppo onerose per le università. I fondi? Chi lancia allarmi sul surriscaldamento non piace ai finanziatori”
Alle Maldive non erano in vacanza, i biologi marini registrano la crisi climatica attraverso i cambiamenti negli ecosistemi marini. “Senza osservazione, la crisi climatica resta una guerra di opinioni. Sott’acqua invece lascia prove”. Chiara Lombardi, ricercatrice Enea ed ecologa marina sperimentale, racconta a ilfattoquotidiano.it perché le immersioni sono parte della ricerca climatica. Monica Montefalcone e Muriel Oddenino erano alle Maldive per questo: leggere nel mare che studiavano da anni il cambiamento climatico che molti, sulla terraferma, continuano a trattare come un’opinione.
Montefalcone, professoressa associata di Ecologia al Dipartimento di Scienze della Terra, dell’ambiente e della vita, e Oddenino, assegnista di ricerca, – entrambe dell’Università di Genova – monitoravano i cambiamenti climatici sulla biodiversità tropicale. Con loro, nella tragedia delle Maldive, sono morti Giorgia Sommacal, figlia di Montefalcone e studentessa di Ingegneria biomedica, Federico Gualtieri, neolaureato in Biologia ed ecologia marina, e Gianluca Benedetti, guida subacquea.
“Per noi è essenziale fare immersioni e osservare gli ecosistemi nel loro ambiente. Osserviamo la natura attraverso il comportamento degli organismi. Dall’osservazione diretta, con studi che portiamo avanti negli anni, acquisiamo serie storiche di dati che ci permettono di leggere il cambiamento e anche le soluzioni che la natura adotta per adattarsi”, spiega Lombardi. Con i ricercatori di Milano-Bicocca a settembre tornerà alle Maldive per un progetto sui coralli giganti: “La ricerca condotta dai colleghi di Genova e di Milano sugli ecosistemi maldiviani ha permesso di osservare cosa succede a coralli e gorgonie che popolano questi atolli, di comprenderne la vulnerabilità ma anche l’adattabilità. Anche da loro dipendono l’esistenza delle isole, delle lagune, la protezione delle coste e il benessere delle comunità umane”. Questi coralli formano architetture sommerse con un valore naturalistico enorme: “Sono sentinelle del cambiamento climatico. I loro scheletri, a base di carbonato di calcio, custodiscono le informazioni dell’ambiente in cui si sono formati”, spiega Lombardi. Studiare questi cambiamenti è simile a ciò che avviene con i carotaggi che in Antartide permettono di leggere l’atmosfera antica intrappolata nel ghiaccio.
Mentre risorse e attenzione pubblica si spostano dal collasso climatico alla corsa agli armamenti, il lavoro dei biologi marini diventa più difficile da finanziare e più necessario da difendere. Per Maurizio Wurtz, professore emerito dell’Università di Genova e tra i massimi studiosi italiani di cetacei, il valore del lavoro di Montefalcone alle Maldive non si limita all’area in cui si verifica: “Lo studio delle barriere coralline restituisce informazioni essenziali per tutto l’ecosistema marino”.
La ricerca italiana alle Maldive non nasce ieri. Lombardi ricorda che l’Università di Milano-Bicocca ha una struttura stabile, il MaRHE Center, a Magoohdhoo, stazione che ospita ricercatori e studenti italiani e internazionali. “I colleghi dell’Università di Genova fanno spedizioni scientifiche alle Maldive da oltre 30 anni. Carlo Nike Bianchi insieme ad altri colleghi ha dato l’avvio a queste attività di ricerca, poi proseguite ed espanse grazie al lavoro e alla dedizione di Monica Montefalcone”. Bianchi, oggi ricercatore associato alla Stazione zoologica Anton Dohrn, ha studiato per cinquant’anni ecosistemi marini costieri, usando l’immersione subacquea come strumento di indagine. Grotte, lagune, porti, praterie marine, scogliere rocciose, scogliere coralline: laboratori naturali insostituibili. “La figura dell’ecologo che fa ricerca sul campo, in mare, sott’acqua, è fondamentale. Essere un operatore tecnico subacqueo non basta per fare il mestiere dell’ecologo marino”, dice Lombardi.
Rov, droni, boe e sensori sono strumenti importanti. Ma non sostituiscono sempre l’occhio dell’esperto. Lombardi richiama il commento pubblicato dal biologo Ferdinando Boero sul suo blog per ilfattoquotidiano.it: chi studia il mare scende sott’acqua e vede cose che altri non vedono. Per questo, dice, “l’ecologo marino deve scendere sott’acqua, respirare e osservare i dettagli, leggere i cambiamenti”. In mare, l’osservazione non si fa da sopra il pelo dell’acqua.
Le immagini e i video dei Rov, i droni, le boe e i dati acquisiti dai sensori sono importantissimi. Ma non possono sostituire il lavoro osservativo diretto, in ambiente, da parte dell’esperto. Allo storico elemento di esplorazione che caratterizza i naturalisti, oggi si affianca l’azione: “Ci sono la Biodiversity Strategy e la Nature Restoration Law, che dicono: scopri gli ecosistemi, proteggi la biodiversità e restaura dove puoi restaurare. Opera azioni concrete”.
L’Università di Genova, che in questa fase non rilascia ulteriori commenti, riconosce che Montefalcone e Oddenino erano alle Maldive per una missione, ma precisa che l’immersione fatale “non rientrava in alcun modo nelle attività previste dalla missione scientifica” ed è stata svolta “a titolo personale”.
Per Wurtz qui si apre il paradosso del lavoro subacqueo scientifico: “L’immersione è uno strumento che un biologo marino deve avere come base professionale”. Eppure, aggiunge, attività necessarie come queste spesso restano fuori da una copertura piena: “Gli atenei preferiscono non coprirle dal punto di vista assicurativo perché sarebbe troppo oneroso”. Così può accadere che la missione sia autorizzata, ma l’immersione, formalmente, no. Il timore è che la risposta alla tragedia non sia più risorse, più formazione, più protezione, ma limitazioni delle attività.
Appoggiati alla porta dell’ufficio di Montefalcone, al Distav dell’Università di Genova, ci sono fiori e biglietti degli studenti. Un docente, incontrato lì, chiede di non essere citato. La situazione è delicata. Ma il punto lo mette in chiaro: “Monica Montefalcone ha speso un’intera vita per la causa del mare“. Poi aggiunge: “A leggere certi commenti, sembra passare il concetto che i ricercatori vadano a divertirsi a spese dei contribuenti”.
Dietro l’immagine da cartolina c’è una realtà di anni di lavoro precario, borse a scadenza, bandi cercati e vinti per conto proprio, missioni pagate a pezzi, con strumenti, competenze e rischi a proprio carico. Il mare e i suoi ecosistemi possono essere un elemento di trasformazione sociale importante, ma “è chiaro che chi lancia allarmi sui cambiamenti generati dal surriscaldamento non piace a molti potenziali finanziatori”, dice Wurtz. Anche la formazione si regge spesso su risorse fragili: “Sono a tuo carico viaggio, vitto, alloggio, ma sono esperienze formative molto importanti che, mancando adeguati finanziamenti, non tutti possono permettersi”.
“Tu formi ragazzi al lavoro dell’ecologo marino, un percorso di osservazione, crescita, conoscenza e libertà”, aggiunge Lombardi, “ma quelli che poi restano davvero a fare la professione sono pochi. Anni di precariato, assunzioni temporanee come avvenuto per il Pnrr, poi restano a casa. È sempre la stessa storia“.
Sulla dinamica dell’incidente, poche parole: “Ognuno di noi sa che sarebbe potuto toccare a lui, senza se e senza ma”, dice Lombardi. “Trovo aberrante lo sproloquiare gratuito dei tuttologi del web, che con tutto il loro ipotizzare ossessivo feriscono le famiglie e la memoria di chi non c’è più”.
“È drammatico quando tragedie come queste coinvolgono studenti che abbiamo conosciuto”, dice Irene Patania, dipendente amministrativa che si occupa di progetti internazionali per UniGe. Il riferimento è anche a un’altra tragedia che ha scosso l’ateneo genovese e la città: la strage del 20 marzo 2016, quando un pullman di ritorno da Valencia si schiantò in Catalogna. Morirono 13 studentesse, sette italiane. Tra loro Francesca Bonello, 23 anni, genovese, studentessa di Medicina in Erasmus a Barcellona. In questi giorni, la funzionaria dell’università ha dovuto chiudere la pratica di Federico Gualtieri, che sarebbe partito per un’altra esperienza all’estero.