L’uscita dal carcere di Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci, diventa l’assist perfetto per far partire ancora una volta all’assalto legislazione che premia i collaboratori di giustizia. A intestarsi una battaglia che rischierebbe di azzerare la lotta a Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra è Matteo Salvini, non si sa quanto consapevolmente. “Va cambiata la norma, è un’uscita imbarazzante, vergognosa, diseducativa”, dice il leader della Lega, ripetendo il concetto in tre diverse occasioni a distanza di poche ore: a Mattino Cinque (“Se è uscito di carcere significa che c’erano i requisiti, ma allora bisogna cambiare la legge“), in diretta su Facebook (“Profondo rammarico per una legge che va cambiata“), e alla conferenza stampa di presentazione dei referendum sulla giustizia promossi assieme al Partito radicale (“Che una persona ha ammazzato cento persone possa passeggiare per Roma, mi sembra figlio di una legge sbagliata“). Ma non è il solo: anche per il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, “se una norma è palesemente sbagliata va cambiata. Magari non potrà più servire per Brusca ma servirà almeno ad evitare un altro caso simile”. “La legge che consente ai collaboratori di giustizia la scarcerazione va rivista e a chi oggi si limita a dire che la legge va rispettata dico: abbiamo il dovere di lavorare per cambiarla, perchè questa non è giustizia”, sostiene pure Licia Ronzulli, vicecapogruppo di Forza Italia al Senato, mentre già ieri la ministra per il Sud Mara Carfagna invocava “mai piú sconti di pena ai mafiosi, mai più indulgenza per chi si é macchiato di sangue innocente”.

La legge voluta da Falcone – Ma di che sconti parlano le due berlusconiane? Che legge vuole cambiare il leader del Carroccio? Quale è questa norma che il presidente della Sicilia arriva a definire come “palesemante sbagliata“? Se Brusca è uscito di galera si deve a una legislazione che fu ispirata, ideata e fortissimamente voluta dalla sua vittima più illustre: Giovanni Falcone. Colpevole di centinaia di omicidi e stragi, il boss di San Giuseppe Jato è uscito dopo “soli” 25 anni perché per gli atroci crimini commessi ha ottenuto una serie di sconti di pena. Li ha avuti grazie alla legge 82 del 1991: “Nuove norme per la protezione e il trattamento sanzionatorio dei collaboratori di giustizia”, si chiama e a progettarla è stato il giudice siciliano. Per quella norma Falcone si era ispirato al Witness protection act in vigore negli Stati Uniti, grazie al quale Tommaso Buscetta aveva ottenuto la libertà vigilata. Senza sconti di pena, senza la possibilità di avere permessi premio e soprattutto senza la garanzia di avere protezione per sè e per i propri cari, perché un mafioso dovrebbe collaborare con la giustizia? Perché dovrebbe autoaccusarsi di stragi e delitti efferati, chiamando in causa ex sodali ed esponendo i propri famigliari al rischio di finire assassinati? A Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, il primo grande pentito di Cosa nostra che con le sue dichiarazioni rese possibile il Maxiprocesso, Totò Riina fece uccidere in totale 35 parenti. A Francesco Marino Mannoia, il chimico più bravo della piovra, assassinarono la madre e due zie. A Mario Santo Di Matteo, detto Mezzanasca, rapirono, uccisero e sciolsero nell’acido il figlioletto di 15 anni: a occuparsi di quel raccapricciante omicidio fu proprio Brusca.

Chi è Brusca e perché è considerato un pentito – Rampollo di una storica famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, per spiegare che tipo di mafioso fosse il boia di Capaci bastano tre elementi. Due sono soprannomi: lo chiamavano ‘u Verru, il porco, o più semplicemente ‘u scannacristiani, lo scanna persone. Il terzo è una nota autobiografica: “Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento”. È questo l’uomo che arrestano il 20 maggio del 1996 in una via vicino al mare di Agrigento. La sua collaborazione con la giustizia è problematica: all’inizio aveva intenzione di screditare il mondo dell’antimafia, gli altri collaboratori di giustizia, politici di alto livello. Poi comincia a parlare: racconta di aver esordito come artificiere della strage di Rocco Chinnici, si autoaccusa della strage di Capaci, dell’uccisione del piccolo Di Matteo. Parla anche di quando nell’inverno del 1991 Riina ordinò la strategia dell’attacco allo Stato a suon di bombe, della Trattativa aperta nel 1992 con alcuni esponenti delle Istituzioni, dell’obiettivo coltivato insieme a Leoluca Bagarella “di arrivare a Berlusconi” tramite Vittorio Mangano. Su alcuni punti delle sue dichiarazioni, però, persistono i coni d’ombra: sulle dinamiche operative della strage di Capaci, sui motivi reali che portarono al rapimento del piccolo Di Matteo, sui racconti relativi a presunti – e finora mai dimostrati – incontri tra Giuseppe Graviano e Silvio Berlusconi, con il primo che – a sentire Brusca – conosceva persino il valore dell’orologio al polso del secondo.

La kriptonite delle mafie – Ciò nonostante le dichiarazioni dello scannacristiani sono state considerate attendibili in decine e decine di processi. Per questo motivo dal 2000 ha incassato lo status di collaboratore di giustizia e dal 2004 gli è stato concesso di uscire dal carcere ogni 45 giorni per far visita alla famiglia in una località protetta. A prevederlo è appunto quella legge voluta da Falcone. Già alla fine degli anni ’80 il giudice aveva capito quale potesse essere la kriptonite della piovra: una legislazione ad hoc, fatta di norme che premiano i collaboratori e leggi che rendono più aspra la detenzione per chi non parla. Per questo motivo il magistrato lascia Palermo e vola a Roma per andare a guidare gli Affari penali del ministero della Giustizia: l’obiettivo è portare a un livello superiore la lotta alla mafia. Ci riuscirà ma solo dopo aver pagato con la vita: sull’onda lunga delle stragi di Capaci e di via d’Amelio, lo Stato inasprirà le pene per i mafiosi irridubicibili. Dopo la legge sui pentiti, nascono le suprecarceri di Pianosa e dell’Asinara, viene istituito il 41-bis, il regime di carcere duro, diventa legge l’ergastolo ostativo. In maniera semplificata funziona così: tutti i condannati al fine pena mai dopo 26 anni di carcere possono accedere alla libertà vigilata. Tutti, tranne quelli condannati per reati di mafia o terrorismo: per loro il fine pena mai vuol dire carcere a vita nel vero senso della parola.

Il primo assalto ai pentiti – È per questo motivo che a partire dal 1992 iniziano a moltiplicarsi i mafiosi che si pentono: capiscono che se collaborano con la giustizia saranno protetti, avranno sconti di pena e permessi. In caso contrario moriranno in carcere. Uno dopo l’altro cominciano a saltare il fosso boss i rango come Salvatore Cancemi, Giuseppe Marchese, Gaetano Grado, lo stesso Brusca ma pure soldati che custodiscono i segreti dell’organizzazione come Gaspare Mutolo. Nel 2000 i collaboratori di giustizia raggiungono il record di 1100 per un totale di 5174 persone protette. Poi nel 2001 il governo di centrosinistra di Giuliano Amato – ministro della giustizia Piero Fassino, dell’Interno Giorgio Napolitano – decide di modificare la legge sui collaboratori: vengono ridotti i benefici, con una serie di sbarramenti per l’accesso ai programmi di protezione. Ma soprattutto si impone ai mafiosi di raccontare ai magistrati tutto ciò che sanno nei primi 6 mesi di collaborazione. Uno come Brusca che dice non ricordare esattamente quante persone ha ucciso, come fa a mettere a verbale tutto quello che sa in sei mesi? “Con questa legge al posto di un mafioso non mi pentirei più”, commenta Pietro Grasso, all’epoca procuratore di Palermo. Infatti il numero di pentiti inizia a scendere: nel 2007 il Viminale ne conta 791 per un totale di 3754 protette: quasi la metà di sette anni prima.

L’ultimo assalto e l’ergastolo ostativo – Quindici anni dopo ecco che Lega e Forza Italia provano a cavalcare la scarcerazione di Brusca per mettere di nuovo mano alla legge sui pentiti. Grasso, nel frattempo diventato senatore, spiega cosa potrebbe succede se davvero Salvini e i berlusconiani “facessero quello che dicono, ovvero ridurre gli sconti per chi collabora con la giustizia: diminuirebbe l’incentivo a pentirsi”. Ma non solo: “Se a questo – continua l’ex magistrato antimafia – aggiungiamo che si sta cercando di limitare l’ergastolo ostativo potremo anche dichiarare chiuso il capitolo del contrasto a Cosa nostra. Al contrario, servono sconti di pena forti per chi aiuta lo Stato e prospettiva di ergastolo senza sconti per chi non collabora“. L’ex presidente del Senato si riferisce alla sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l’altra legge inventata da Falcone, quella per tenere al carcere a vita i mafiosi che non collaborano. Il Parlamento ha tempo fino al maggio del 2022 per riscrivere l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario: in alternativa il rischio è che mafiosi irriducibili come Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella ottengano la libertà vigilata senza dire una parola. L’effetto sarebbe paradossale: gli uomini che custodiscono i segreti delle stragi escono anche se rimangono muti, quelli che parlano invece rimangono in carcere. Una legislazione basata sul principio l’omertà.

Quando Salvini commenta le indagini sulle bombe – Va detto che quando la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’ergastolo ostativo, Salvini ha spiegato di volersi impegnare per riscrivere quella norma ed evitare il ritorno in libertà degli stragisti irriducibili. Molto diversa, invece, la posizione tenuta dal leader della Lega due anni fa, quando era diventata di dominio pubblico l’ultima indagine della procura di Firenze sulle bombe del 1993: nel registro degli indagati erano stati iscritti i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, con l’accusa di concorso in strage. Ipotesi clamorosa già battuta negli anni ’90 sia dalla procura toscana che da quella di Caltanissetta. Dopo qualche giorno di silenzio il primo ad attaccare i magistrati era stato Matteo Renzi che aveva parlato – non si sa bene con quali elementi in mano – di un’inchiesta “senza uno straccio di prova”. Una linea alla quale si erano accodati subito sia Salvini che Giorgia Meloni. La capa di Fdi aveva riciclato i classici concetti usati dal centrodestra quando si tratta di commentare le inchieste su Berlusconi e Dell’Utri: l’accanimento giudiziario e la magistratura politicizzata. Quello della Lega, invece, aveva usato toni meno classici, liquidando la questione con poche perentorie parole: “Ma basta giudici che usano risorse pubbliche per indagini senza logica… Siamo seri, ma indaghiamo su stupratori, ‘ndranghetisti e camorristi“. Nell’elenco fatto quel giorno dall’ex ministro dell’Interno mancavano solo gli uomini di Cosa nostra, cioè quelli che hanno piazzato le bombe del ’92 e ’93. Ancora oggi la procura di Firenze sta cercando di capire se esistano altri responsabili di quelle stragi. “Ci vorrebbe un pentito di Stato, uno delle istituzioni che faccia chiarezza e disegni in modo ancora più completo cosa avvenne negli anni delle stragi”, era l’auspicio del pm Nino Di Matteo, poco dopo che la corte d’Assise di Palermo aveva condannato quasi tutti gli imputati del processo sulla Trattativa. Per avere un pentito di Stato, però, serve che nessuno metta mano alla legge sui collaboratori.

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