La sentenza del maxi-processo Ambiente svenduto, la decisione del Consiglio di Stato, le manifestazioni a Roma delle associazioni ambientaliste, il pressing del Comune di Taranto che ormai guarda all’uscita definitiva dalla monocultura dell’acciaio inquinante. Sarà un mese particolarmente caldo per l’ex Ilva su cui nelle prossime settimane giustizia penale e giustizia civile dovranno prendere decisioni che potrebbero scrivere un nuovo futuro per l’intera comunità ionica. Dinanzi alla Corte d’assise di Taranto, infatti, si stanno svolgendo le ultime udienze del maxi processo che vede alla sbarra Fabio e Nicola Riva, ex proprietari dello stabilimento siderurgico, i vertici della fabbrica durante la gestione del gruppo lombardo ed esponenti della politica locale e regionale, come l’ex governatore della Puglia Nichi Vendola. La procura ha chiesto quasi 4 secoli di carcere nei confronti di 35 persone. Per Vendola, accusato di tentata concussione, la richiesta di condanna è di 5 anni di reclusione, mentre quella più alta è stata avanzata per Fabio Riva e altri due ex dirigenti che per la procura dovrebbero scontare 28 anni di carcere.

In queste ultime settimane il collegio di difensori ha invece provato a convincere i giudici togati e popolari che quanto emerso nel processo il disastro ambientale e sanitario non sia stato causato dall’ex Ilva, ma da altre realtà produttive che si trovano nella zona industriale di Taranto. Alla Corte d’assise, quindi, a breve toccherà il compito di riunirsi in camera di consiglio per emettere una sentenza. Un verdetto che, è bene chiarirlo, è solo di primo grado e fa riferimento alla precedente gestione dell’acciaieria. Ma rappresenterà in ogni caso un punto di svolta per il rapporto tra il territorio e la fabbrica.

E se gli effetti di una sentenza penale di primo grado sono di fatto quasi inesistenti, ben altro impatto potrebbe avere la decisione del Consiglio di Stato che oggi, 13 maggio, si riunirà per decidere se confermare o meno la sentenza del Tar di Lecce che, accogliendo la tesi del Comune di Taranto, ha disposto la chiusura degli impianti dell’area a caldo entro 60 giorni. La sentenza del tribunale amministrativo salentino è stata sospesa fino alla decisione del Consiglio di Stato: se il massimo organo della giustizia amministrativa italiana dovesse confermare la chiusura, si tratterebbe di un vero e proprio terremoto, una patata bollente con cui il governo di Mario Draghi dovrà fare i conti. E a sostenere questa ipotesi ci sono i numerosi comitati cittadini, tra i quali Peacelink, il Comitato Cittadino per la Salute e l’Ambiente, l’associazione Genitori Tarantini, Giustizia per Taranto che insieme ad altre realtà dell’associazionismo ionico si sono dati appuntamento a Roma per oggi chiedendo, ancora una volta, la chiusura dei reparti dell’area a caldo perché ritenuta fonte di malattia e morte per lavoratori e cittadini.

L’appello è stato raccolto anche dai medici di Isde Italia che sarà nella piazza per chiedere lo stop agli impianti: “Ormai numerosissimi sono gli studi scientifici – hanno spiegato i medici in una nota – che, dal 1998 a oggi, attestano che nella città di Taranto la salute dei cittadini è messa a serio rischio dall’inquinamento prodotto dalla più grande acciaieria d’Europa” ricordando la storia di Lorenzo Zaratta, il bambino morto a 5 anni per un tumore al cervello sviluppatosi durante la gravidanza, periodo nel quale la mamma viveva e lavorava al quartiere Tamburi, il rione a pochi metri della ciminiere e dai parchi minerali in cui vengono stoccate le montagne di carbone.

E se, come detto, la decisione della magistratura penale fotografa il passato dell’acciaieria, la sentenza del Consiglio di Stato avrebbe immediati effetti sulla gestione di Acciaierie d’Italia, la nuova società formata dallo Stato italiano attraverso Invitalia e il colosso dell’acciaio ArcelorMittal. Ed è forse proprio per questo motivo che in questi giorni nella città dei due mari si assiste a una vera e propria guerra di posizione tra la società e il Comune. Il sindaco Rinaldo Melucci chiede ormai apertamente che lo Stato metta la parola fine al rapporto ‘velenoso’ tra l’acciaio e la città: nei giorni scorsi, Melucci ha annunciato che chiederà la revisione delle attuali concessioni dello stabilimento siderurgico sull’utilizzo di una serie di banchine del porto di Taranto dove attraccano le navi che consegnano il carbone necessario alla produzione d’acciaio. Sull’onda dell’entusiasmo generato dall’arrivo a Taranto nei giorni scorsi di Msc Seaside, nave ammiraglia della flotta di Msc crociere, e dei nuovi progetti che stanno restituendo vigore allo scalo ionico grazie al lavoro dell’Autorità portuale, il sindaco ha chiarito che “dalle sorti del porto dipende una parte essenziale del futuro di Taranto, e in quel futuro i protagonisti non saranno più il carbone e l’acciaio”.

Dall’altra parte, invece, Acciaierie d’Italia sta cercando di accattivarsi le simpatie locali investendo sul calcio tarantino: la società del Taranto, infatti, pur militando in Serie D, è una delle grandi passioni che riesce a travolgere una parte grande e trasversale dei tarantini; qualche settimana fa, mentre si discuteva del reintegro dell’operaio licenziato per il post sulla fiction Svegliati amore mio, proprio Lucia Morselli, ad di ArcelorMittal, era allo stadio Erasmo Iacovone per il derby contro il Nardò. Non solo. Nei giorni scorsi lo striscione di Acciaierie d’Italia è apparso sugli spalti dello stadio generando polemiche e reazioni da parte di molti. Per salvare il futuro dell’acciaio, insomma, la joint venture composta da Stato e gruppo franco-indiano prova a offrire speranze al calcio ionico: il sogno del pallone che conta in cambio del favore della città. Il passo che, secondo molti sbagliando, Emilio Riva non fece mai.

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