A scaldarsi tanto per gli anniversari sono soltanto due categorie di persone: le donne e ovviamente gli insegnanti. Non ci lasciamo sfuggire un decennale, un cinquantenario, un centenario. Anzi, più secoli sono, più ci infervoriamo, come se la cifra tonda riportasse in vita il personaggio, cosa che in diversi casi non sarebbe per niente auspicabile.

Comprendo quindi il tiepido entusiasmo con cui gli studenti hanno accolto la fortunosa possibilità di declamare il 5 maggio proprio a duecento anni dalla morte di Napoleone, la cui spoglia immemore ha lasciato questa terra esattamente duecento anni fa. “Prof, appunto, è duecento anni che è morto, perché disturbarlo?”. Bel tipo, Napoleone: uno a cui il bodyshaming non faceva né caldo né freddo, o forse invece sì ed è per quello che, per ripicca, si è preso mezza Europa.

Si impara a conoscerlo prima dai romanzi che dai libri di storia, il Corso: è quello che getta nella disperazione il povero Jacopo Ortis, non che non avesse già problemi suoi con le donne; è quello che accende di speranze il Bel Fabrizio del Dongo della Certosa di Parma di Stendhal; te lo ritrovi a incombere come una minaccia in Guerra e Pace e quasi vorresti mandargli un messaggio dicendogli di lasciar perdere.

E poi, se Napoleone non fosse scappato dall’isola d’Elba, il Conte di Montecristo avrebbe avuto decisamente meno guai e pure Cavaradossi nella Tosca avrebbe fatto meglio a non mostrarsi tanto entusiasta alla notizia della vittoria a Marengo. Insomma, non fai in tempo a studiarlo a scuola, anzi puoi benissimo non studiarlo, che già l’hai sentito nominare in giro mille volte, ora come liberatore ora come un mostro, tipo quei parenti che non hai mai conosciuto ma di cui tutti parlano alle feste di famiglia, e in genere sono personaggi memorabili. Lo zio megalomane in questo caso.

Ha un capitolo, sui manuali, tutto per sé: credo che in fondo a quella mezza dozzina di bare a matrioska in cui riposa la sua salma, stia gongolando anche per questo. Ci sono capitoli intitolati a rivoluzioni, rivolte, moti, movimenti culturali, e poi a un certo punto, a pagina X c’è un capitolo intitolato “Napoleone”. O al limite “la Francia di Napoleone e l’Europa di Napoleone”. Tutto suo. La grandeur pure nei libri scolastici, e dire che sono ormai i bignami dei bignami.

Anni fa gli studenti lo conoscevano perché resisteva una vituperata moda di fare imparare a memoria ai ragazzi Il cinque maggio del buon Manzoni. Quando ancora noi insegnanti non venivamo percossi da genitori attoniti di fronte a tanta vetustà didattica, gli innocenti snocciolavano a memoria “Ei fu” e ricordavano così le gesta del condottiero che più di tutti ha stravolto l’Europa. È come quella là della canzone, nessuno lo può giudicare e se a 200 anni tutti ci provano (litigando parecchio) di certo non tocca a noi, ci basta conoscere e capire.

Di recente mi sono ritrovata a ripercorrerne la parabola politica in una farraginosa ora di supplenza, implorata dalla classe che avrebbe avuto di lì a poco una verifica sull’argomento. Ho chiesto a fine mattinata come fosse andata, uno studente particolarmente ispirato mi ha risposto “ai posteri l’ardua sentenza”. Alla fine è sempre così, bisogna aspettare per sapere davvero com’è andata.

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