La Corte Costituzionale con la sentenza sull’ergastolo ostativo ha fatto cinque cose. Le prime quattro sono chiare: ha dichiarato la incostituzionalità della norma nella parte in cui lega indissolubilmente la possibilità per il mafioso di accedere ai benefici carcerari alla scelta di aver collaborato utilmente con la Giustizia; ha però riconosciuto la specifica gravità del fenomeno mafioso; ha quindi ribadito il valore della collaborazione per contrastarlo; ha infine apprezzato l’organica sistematicità delle norme che negli anni l’Italia ha prodotto per prevenire e contrastare le mafie, e proprio per quest’ultima considerazione si è fermata sulla soglia di una dichiarazione di illegittimità costituzionale immediatamente operativa.

Come per la “vicenda Cappato” ha rimandato la palla nel campo del Parlamento, affinché sulla base di queste indicazioni, legiferi entro un anno. Una scelta, quest’ultima, coerente e saggia, che la Corte aveva sperimentato proprio quando a presiederla c’era Marta Cartabia, oggi ministra della Giustizia. Ma c’è una quinta cosa che la Corte ha probabilmente fatto e che rappresenterà il cuore delle decisioni che verranno prese da qui in avanti, al di là di ogni retorica.

Il diritto non è una scienza esatta, non procede per formule matematiche (anche se a qualcuno piacerebbe assai): le norme, nelle loro interpretazioni giudiziarie e dottrinali, nella loro forma sono “soltanto” la temporanea e convenzionale cristallizzazione di rapporti di forza, portatori ciascuno di visioni ed interessi. Ogni norma, così come ogni sentenza, rappresenta il punto di equilibrio possibile in un certo momento storico tra beni giuridicamente degni di tutela: ora questo punto di equilibrio si cerca tenendo il baricentro in avanti, col rischio di cadere, ora il punto di equilibrio si cerca tenendo il baricentro indietro, col rischio di finire sdraiati. È la cultura che si respira il fattore che decide quale tipo di rischio il Legislatore o il Magistrato correrà: il rischio c’è sempre, la materia è viva e magmatica.

Di quale cultura, cioè di quali convinzioni, sono figlie le norme che tra gli anni ’80 e ’90 hanno fatto dell’Italia il paese al mondo con la legislatura antimafia più coraggiosa ed efficace? L’idea che la qualità stessa della democrazia italiana, la libertà stessa dei suoi cittadini, fossero radicalmente messe in discussione dalla violenza e dalla capacità eversiva delle mafie, allacciate a segmenti di potere, anche istituzionale, che rendevano impellente reagire con tutte le bocche di fuoco possibili. Possibili all’interno di un perimetro che era quello della Costituzione, ovviamente.

Ecco, oggi, tutto considerato, sembra che sia venuta meno questa idea, che prevalga la tesi dello scampato pericolo. Oggi sembra che la sentenza della Corte faccia anche questa quinta cosa, faccia propria questa nuova convinzione che innerva un certo dibattito culturale: missione compiuta, le mafie – se non ancora completamente sconfitte – sono un fenomeno criminale residuale, gestibile. Che ha perso sia quella pericolosità che generava tanto allarme sociale (niente più tritolo, niente più morti eccellenti), tanto quella connessione con altri poteri compreso quello istituzionale, che la rendeva eversiva dell’Ordine democratico.

Oppure no. Io credo che esista il modo per rispettare la sentenza della Corte Costituzionale senza spostare indietro il baricentro, senza rischiare di finire sdraiati. Ma servirà grande rigore per trovarlo e non imboccare strade pericolose. La ministra Cartabia è la persona giusta al posto giusto e c’entra eccome, perché con la scadenza fissata dalla Corte di un anno, c’è un solo modo per legiferare in Parlamento: partire da un disegno di legge proposto dalla ministra, su cui tutto il Governo abbia dato il suo placet.

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