Alla fine del suo mandato alla Corte costituzionale, Marta Cartabia ebbe a dichiarare pubblicamente, tra l’altro, che le pronunce dalla Consulta sono molto spesso “più che il punto conclusivo di una certa vicenda, il punto intermedio di uno sviluppo normativo che trova compimento solo quando il Legislatore lo conclude”.

Queste parole possono sembrare quasi profetiche dopo la sentenza di ieri della Consulta, che da un lato ha dichiarato incostituzionale l’ergastolo ostativo (la norma che esclude i mafiosi ergastolani, non “pentiti”, dal beneficio della liberazione condizionale); ma nello stesso tempo ha stabilito che la pronunzia non avrà effetti immediati, perché entro un anno il Legislatore dovrà riscrivere la legge, altrimenti la Consulta interverrà definitivamente nel maggio 2022. Ed è singolare che nel frattempo Marta Cartabia sia diventata ministra della Giustizia, vale a dire titolare di un dicastero che avrà un ruolo centrale e decisivo nell’iter di elaborazione della nuova legge.

La scelta di passare il cerino (si fa per dire…) nelle mani del Legislatore è stata presa dalla Consulta in forza di una considerazione – riferita da un comunicato stampa ufficiale – che riconosce come “l’accoglimento immediato delle questioni [con conseguente operatività della cancellazione dell’ergastolo ostativo] rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata”. Specificando poi che il Legislatore dovrà intervenire tenendo conto “sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi”.

In concreto ne derivano tre basilari principi:

1) la normativa antimafia è costituita da un insieme di leggi (si potrebbe definire un “pacchetto” organico) che in quanto tale va trattato “in modo adeguato”;

2) la mafia ha una sua “specificità” rispetto alle altre condotte criminali;

3) la collaborazione di giustizia è un valore da preservare.

Sono altrettanti pilastri del contrasto alla mafia, consolidati da sempre, in particolare dopo le stragi del ’92. Il legislatore (riscrivendo la norma dichiarata “incostituzionale con efficacia rinviata”) non potrà non farsene pieno carico e dovrà anzi trarne – coerentemente – ogni logica e responsabile conseguenza. C’è quindi ancora spazio e speranza perché le picconate contro l’antimafia non lascino solo macerie, sulle quali sarebbero unicamente i mafiosi a ballare.

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