Nel mezzo delle tenebre, mentre la terza ondata del virus si infrange contro le nostre imbarcazioni già precarie, intravediamo una luce. La campagna vaccinale, su cui il governo punta, ci porterà fuori da questo incubo. Ma la tanto agognata serenità e spensieratezza non durerà a lungo. Come ha scritto all’inizio della pandemia l’ex direttore del The Guardian Alan Rusbridger, il virus è solo l’antipasto della crisi climatica. Non è quindi più il tempo di vuoti proclami o discorsi strappalacrime: è ora di agire.

Tra le proposte più gettonate per combattere la crisi climatica occupa un posto privilegiato la Carbon Tax.
Questa tassa affonda le sue radici nella teoria economica mainstream: le emissioni nocive sono, infatti, un chiaro esempio di esternalità negative. Semplificando: un’azienda ha come obiettivo il profitto, quindi si tratta di ridurre i costi e aumentare i guadagni. Ma nel computo, in questo caso dei costi, ve ne sono alcuni che non ricadono sull’azienda ma sull’intera comunità. Siamo quindi in presenza di un fallimento del mercato, condizione necessaria per un intervento dello Stato.

La suddetta tassa sarebbe imposta sul consumo da parte delle attività economiche e produttive dei combustibili fossili – dal gas al carbone. Non ha funzione di gettito, e anzi nel lungo periodo esso dovrebbe essere nullo: nonostante ciò, con quanto ottenuto nel breve periodo si potrebbe finanziare una parte della transizione ecologica. Tuttavia è necessario porre l’accento su alcune importanti questioni.

Primo: da sola la Carbon Tax non solo non è sufficiente, ma rischia di essere dannosa. Innanzitutto, è necessario – perché sia efficace – che essa sia implementata in maniera graduale, il che significa non ritardare troppo la sua imposizione, considerati i pochi anni che rimangono per riuscire ad agire contro la crisi climatica. È dunque opportuno che una tassazione di questo tipo sia posta il prima possibile. Inoltre, a livello di Unione Europea, da una parte manca un’armonia fiscale (che sarebbe invece assolutamente necessaria al funzionamento di una tassazione di questo tipo), dall’altra senza una sua controparte “alla frontiera” (i.e. una tassazione sui prodotti di importazione basata sulla CO2, ed equivalenti, emessa per la produzione di tale prodotto) rischia semplicemente di portare alla delocalizzazione della attività produttive.

Secondo – ma non certo per importanza – c’è da tenere di conto del principio fondamentale che deve essere posto alla guida della transizione ecologica: la giustizia sociale. Se da una parte il concetto di imposta sull’esternalità risponde all’ideale di fondo – patrimonio anche del diritto Ue vedasi l’Art. 191, comma 2 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea – del “chi inquina paga”, senza una riforma complessiva del sistema fiscale e una estrema attenzione alla questione sociale e lavorativa l’onere di una tassa del genere rischia di ricadere sul lato rigido del mercato, e conseguentemente sulle fasce meno abbienti della popolazione.

Infine, per impedire il collasso climatico e per garantire una giusta transizione ecologica è necessario abbandonare il paradigma del non-interventismo statale nell’economia. Per fronteggiare la crisi climatica serve un ripensamento della politica industriale. Ovviamente questo punto non è indolore: il rischio di un’eccessiva politicizzazione è sempre dietro l’angolo. Per questo il rinnovato interesse per l’intervento statale nell’economia si deve accompagnare a una seria riflessione sulla governance e sulle strategie da adottare.

Il nostro Paese non ha ancora implementato una Carbon Tax e invece di sussidiare attività che vanno nella direzione della transizione ecologica fa l’esatto opposto, dando 19 miliardi all’anno ai combustibili fossili. Con il gettito ottenuto nel breve periodo, oltre a finanziare la transizione, si potrebbe intervenire sulla tassazione: abbassare infatti le aliquote marginali più basse dell’Irpef porterebbe a un aumento dei consumi, quindi della domanda. Questo, unito a un programma di incentivi statali, ci avvierebbe sulla strada di quella che potremmo chiamare “transizione ecologica gentile”.

Per agire sul lato della domanda è altresì necessario un piano di investimenti pubblici, sulla falsariga del “Green New Deal” presentato al Congresso da Alexandria Ocasio Cortez. Così facendo, inoltre, si andrebbero a creare “good jobs”, in grado di aumentare la produttività stagnante del nostro Paese.

Questo perché gli investimenti nella transizione creano molta più occupazione di qualsiasi investimento fatto nel fossile. Si parla, infatti, di un rapporto di circa 3:1. Tirando le somme, dunque, come direbbero i matematici: la Carbon Tax è una condizione necessaria, ma non sufficiente.

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