Non la devo certo difendere io, ma gli attacchi che ho visto diretti a Sara Gandini per i suoi studi scientifici riguardo ai contagi nelle scuole sono davvero surreali.

A novembre, Sara Gandini ha condiviso i risultati del suo lavoro e di altri colleghi su un database ad accesso aperto. Questa è una prassi che si è consolidata durante l’epidemia di Covid: visto che il processo di revisione tra pari può essere molto lungo, altri scienziati possono iniziare a esaminare i dati e utilizzarli per le loro ricerche.

Lo studio analizza con una serie di dati che cosa è successo nelle scuole e trova che l’indice rt non è cambiato in modo significativo aprendo o chiudendo le scuole in Italia nella seconda ondata. Inoltre, fa vedere che in città con densità di popolazione simile la curva epidemica non è esplosa in corrispondenza della riapertura delle scuole.

Quello che trova Sara Gandini in fondo non è nemmeno tanto sorprendente o nuovo. I paesi europei che hanno riaperto le scuole a maggio, andando verso l’estate, non hanno avuto alcuna impennata di casi. La riapertura di gennaio non ha visto nessuna terza ondata, anzi, i casi hanno continuato a calare per molto tempo. L’esecuzione di test a tutta la popolazione scolastica durante la seconda ondata (ottobre-dicembre) in due plessi di un istituto comprensivo di Roma (14 classi, 1200 persone) ha evidenziato un numero piccolo di positivi (nei tre round rispettivamente 1, 7 e 3), indicando che i positivi ci possono anche entrare a scuola, ma poi difficilmente contagiano qualcun altro.

In Francia le scuole sono state aperte tutto l’anno e ci rimangono anche adesso nonostante forti restrizioni, perché sulla base di una batteria di test rapidi si è visto che solo una parte minima dei contagi tra i giovani derivano dall’ambiente scolastico.

Secondo l’Istituto superiore di sanità (dati del 30 dicembre 2020), solo il due percento dei contagi riportati avviene nel contesto scolastico, nonostante la scuola sia un luogo particolarmente controllato, mentre quelli più critici sarebbero le abitazioni private (quasi l’80%), il contesto socio-sanitario e quello lavorativo.

Praticamente le stesse conclusioni di ECDC, il centro europeo per il controllo delle malattie, che esclude che le scuole possano aver innescato la seconda ondata e che i docenti non sono a maggior rischio rispetto alle altre professioni.

Alcuni, ad esempio Roberto De Vogli qui su ilfattoquotidiano.it, cita articoli specifici su Nature, Science, Lancet che deporrebbero verso la chiusura delle scuole, ma la letteratura scientifica va letta da persone competenti e capita. Si tratta di lavori che studiano una vastità di paesi e soprattutto si riferiscono a simulazioni della prima ondata, con grandi gradi di incertezza riportati dagli stessi autori, quando la scuola fu chiusa insieme a tantissime altre attività e stabilire il suo contributo effettivo della scuola non è semplice.

Una situazione che invece si applica meglio all’Italia è la Campania, che ha chiuso le scuole più di ogni altra regione italiana e nonostante questo non ha affatto controllato meglio l’epidemia, infatti al momento è di nuovo in zona rossa.

Di contro, la chiusura delle scuole ha un impatto devastante sui giovani, sull’occupazione femminile e sulla società in generale. Lo psicologo Diego Novara ha affermato che il principio di precauzione impone di tenerle aperte le scuole, in assenza di dati che provino l’assoluta necessità della loro chiusura.

Qual è mai stata allora la colpa di Sara Gandini?

In un mondo ove sembra che chiunque sappia fare un grafico possa improvvisarsi epidemiologo, fare previsioni ed essere intervistato sui media nazionali, Sara ha raccontato in un’intervista su diversi organi di stampa, tra cui il Corriere della Sera, il suo articolo scientifico dopo che era stato sottoposto a revisione tra pari e accettato su The Lancet Regional Health Europe, una rivista che fa parte del prestigioso gruppo The Lancet.

Apriti cielo.

Roberto De Vogli, qui sul Fatto ha scritto “non è mai stato pubblicato su rivista scientifica – e quindi non è ancora passato sotto le forche caudine della peer-review”. De Vogli ignorava che l’articolo aveva già passato il processo di revisione tra pari. Per quale motivo allora dire che non sarebbe mai avvenuto? Una simile critica priva di argomenti è stata formulata da Andrea Casadio su Domani, ripresa poi da Il Tempo nel quale si parla di “…numeri ballerini e infatti nessuna rivista scientifica finora l’ha pubblicata”.

L’aspetto che più mi sorprende però sono stati alcuni commenti presi dai social, opera non di cyberbulli, ma da parte di divulgatori scientifici e docenti. Ecco alcuni estratti: “…di fronte alle orrende oscenità di Sara Gandini viene solo da essere volgare. Sciatta è la Gandini”. “…basta fregarsene del ridicolo. Purtroppo a capire l’assurdità di simile roba non sono in tanti”. “Imbarazzo profondo per chi ha invitato Gandini a illustrare analisi a vanvera su dati inaffidabili” “…con Gandini che è la quintessenza della malafede…”.

Un aspetto da chiarire perché non immediato è il presunto incremento di rischio per i docenti. Il ricercatore in fisica nucleare, Alessandro Ferretti, ha pubblicato sul suo blog personale un post nel quale, a suo dire, ci sarebbe una maggiore incidenza di positivi nelle scuole non per i ragazzi ma per insegnanti. Di questo post ho evidenziato molte falle metodologiche, qui, ad esempio come nel considerare i contagi di tutte le scuole (pubbliche e private) ma dividere solo per il numero di docenti e personale delle scuole pubbliche, il numero di tamponi e soprattutto il confronto con la popolazione generale.

Aggiungo per completezza qui la replica di Ferretti su questo sito.

La maggiore incidenza di contagi tra gli insegnanti rispetto alla popolazione generale (due volte) è un aspetto che è presente anche nell’articolo della Gandini, ma questo non significa assolutamente che gli insegnanti sono una categoria a rischio maggiore. Questo perché il Covid colpisce molto di meno i giovani, la cui capacità di trasmettere il virus è da due a quattro volte inferiore rispetto agli adulti e se si ammalano sono spesso asintomatici, e quindi il confronto non va fatto con tutta la popolazione generale (che comprende anche i giovani) ma solo su quella fascia con età ed esposizione simile.

Infatti, quando si fanno queste correzioni, si vede che persino in Svezia ove neppure si usano le mascherine, non si evidenzia che gli insegnanti siano una categoria a maggior rischio rispetto ad altre professioni.

Comunque, piuttosto che da me (che sono un chimico organico) la ricerca di Ferretti (che è un fisico nucleare) dovrebbe essere valutata tramite revisione tra pari (cosa che al momento non ho notizia sia avvenuta). Quando e se lo sarà ne riparleremo.

Sara Gandini ha anche detto delle imprecisioni a inizio aprile 2020, riportando non sue ricerche ma gli studi di altri che con alcuni modelli prevedevano al massimo 4000 decessi in Italia. Leggendo tutto il suo pezzo e non degli estratti estrapolati dal contesto io lo trovo in larga parte condivisibile.

Ora però, stiamo parlando di un articolo pubblicato su una rivista scientifica sottoposto a revisione, tra l’altro opera non solo di Sara Gandini, che tra l’altro descrive semplicemente una strategia (le scuole siano le ultime a chiudere e le prime a riaprire) adottata da molti altri paesi. Bollare tutto questo come “negazionismo”, gli atteggiamenti paternalistici verso una scienziata (con un indice H oltre 50, per quello che può significare), le critiche rancorose è qualcosa che fa uscire la scienza a pezzi e perdere ancora di più credibilità verso il pubblico.

Come se ce ne fosse bisogno in questo momento difficile per il paese.

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