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Il progetto dei Guardiani del territorio contro la retorica dei giovani ambientalisti ma naif

Ben tre studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Ferraris-Fermi di Verona sono intervenuti all'università di Padova. Il progetto rientra nel Piano delle Lauree Scientifiche (PLS)
Il progetto dei Guardiani del territorio contro la retorica dei giovani ambientalisti ma naif
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Costituisce un luogo comune, in vero anche piuttosto stucchevole, continuare a ripetere che i cosiddetti “giovani” manifestano sì un’apprezzabile sensibilità verso i temi ambientali, ma sono sostanzialmente incapaci di andare molto oltre un’emotività naif ed epidermica. Procedere diversamente implicherebbe per loro studio ed impegno che Gli Sdraiati, per dirla con l’ironia dell’imperdibile libro di Michele Serra, non sanno proprio cosa siano.

A confutazione di questo pregiudizio, una pluriennale esperienza condotta dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Ferraris-Fermi di Verona che, coordinati dai propri docenti, categoria professionale poco valorizzata, un po’ come quella di discente, sono riusciti a realizzare un progetto in grado di fondere insieme sensibilità e conoscenza, teoria e prassi, territorio e cittadinanza, sempre in modo coerente e rigoroso.

Il riconoscimento è venuto dall’università di Padova che in un convegno di una giornata tenuto presso il Palazzo Bo, sua prestigiosa sede storica, ha concesso lo spazio a ben tre interventi di studenti appartenenti a questo Istituto: uno di carattere scientifico-ambientale che tratta degli ecosistemi oggetto di studio, un altro di tipo tecnico-operativo che espone gli strumenti di analisi ed infine un terzo che chiude il cerchio con un sigillo civico-culturale, affrontando il tema della partecipazione e della responsabilità collettiva per arrivare alla dimensione etica del “prendersi cura” dei luoghi. Non a caso il titolo del Progetto è “Guardiani del Territorio”, più precisamente di una pregiata parte naturalistica del veronese (Val Borago, Vajo Galina e Monte Ongarine), creando così un forte quanto inedito nesso tra una scienza che nasce dentro i luoghi, giovani che diventano parte della comunità scientifica e università che riconosce il significato del radicamento territoriale.

Si è trattato di una iniziativa intrapresa dall’università nell’ambito del Piano delle Lauree Scientifiche (PLS) attivo in 32 sedi di università italiane che prende le mosse dal Progetto Lauree Scientifiche del 2004, su proposta della Conferenza nazionale dei Presidi delle Facoltà di Scienze e Tecnologie, in collaborazione con il MIUR e Confindustria per essere istituzionalizzato e trasformato in Piano Lauree Scientifiche (PLS) nel 2010, includendo progressivamente molte discipline di area. Non si tratta però di un’esperienza nazionale isolata, perché s’inserisce in un movimento internazionale che dagli anni 90 ad oggi ha coinvolto Europa, Stati Uniti, Canada e molti Paesi Ocse e che vede la scienza come competenza civica e la collaborazione scuola–università come strategia educativa.

Le spinte propulsive di questo movimento partono dalla constatazione non solo di un’insufficiente iscrizione alle lauree scientifiche e di una conseguente difficoltà di reclutamento dei ricercatori, ma anche di una scarsa alfabetizzazione scientifica della popolazione generale che comporta una distanza crescente tra scienza e società. E la si percepisce molto nettamente quando, anche nel commento di fatti di cronaca, si ragiona in termini di probabilità e di verità scientifica aliena da ogni certezza assoluta, quasi che questi concetti esprimessero imperfezione e incapacità, anziché rappresentare il più autentico motore della ricerca.

Da anni l’Unesco promuove l’educazione scientifica come diritto, apprendimento basato sull’indagine, percorso per la sostenibilità, nonché collaborazione tra istituzioni formative e comunità. Proprio per l’appropriato inserimento in questo sfondo culturale, il richiamato progetto dell’Istituto veronese, illustrato con le tre citate relazioni portate a convegno, spicca nel confronto con le analoghe iniziative condotte dalle altre università italiane.

Nella prima relazione, si spiega come leggere il territorio non in termini di semplice paesaggio, ma di laboratorio naturale per la caratterizzazione ecologica e l’identificazione dei suoi processi fisico-chimici e biologici chiave, mostrando come gli studenti abbiano acquisito un linguaggio e un approccio propri delle scienze chiamate sempre più spesso ad agire in sinergia interdisciplinare. Nella seconda, si argomenta come passare dalla teoria alla pratica adottando protocolli, procedure di analisi che producono risultati misurabili e verificabili, in accordo con il metodo scientifico che ne chiede conto. Nella terza si compie il salto che consente di transitare dal concetto di Natura, come oggetto di studio e come fonte da cui estrarre materie prime alternative, quali ad esempio oli essenziali e pigmenti utilizzabili per la tintura di fibre naturali, di cui hanno trattato le stesse esercitazioni condotte sul campo, a bene comune da tutelare. E questo perché noi non siamo altro, ma ne facciamo parte integrante in un complesso equilibrio relazionale di tipo biologico su cui discute l’intera comunità scientifica.

Un’esperienza nata quindi dal “profondo nord-est” in cui accanto al degrado etico, crudamente descritto nel premiato film Le città di Pianura (Francesco Sossai regista, 2025), spiccano “perle” inattese come questa che non possono non essere raccolte e portate all’attenzione di un più ampio pubblico ancora aperto alla speranza di un cambiamento non definitivamente consegnato all’utopia. E questi giovani studenti, insieme con i loro insegnanti, lo hanno quanto meno indicato.

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