Il 23 dicembre ECDC, il centro europeo per il controllo delle malattie, la massima autorità sanitaria europea in questo settore, ha rilasciato un report nel quale si spiega che le scuole non hanno contribuito alla seconda ondata e non sono un posto a maggior rischio per gli insegnanti rispetto ad altre attività lavorative, e che non c’è prova che il contagio, se avviene, possa essere significativo da bambini a adulti.

In questo documento si raccomanda la chiusura delle scuole eventualmente solo come ultima misura da adottare per il controllo della pandemia e per tempi limitati, visti i danni sociali, educativi, formativi e persino economici che questa misura certamente causa.

Nelle ultime settimane è apparso un post su un blog dal titolo a dir poco allarmistico, e che sembrerebbe contraddire quanto affermato da ECDC: “Cade il velo sui contagi nelle scuole piemontesi: il personale da due a quattro volte più esposto della media [..]“

Questo post (non un articolo scientifico sottoposto a revisione), scritto da Alessandro Ferretti, ricercatore universitario di Fisica e blogger di questo sito, afferma che l’incidenza dei positivi nelle scuole del Piemonte e nella popolazione generale è minore o paragonabile alla popolazione generale. Questo è proprio quello che ci si può attendere sulla base degli studi eseguiti in tutto il mondo: essendo i giovani, e in particolare i giovanissimi meno suscettibili al coronavirus, nel senso che si contagiano e contagiano gli altri di meno, questo rende le scuole, che sono appunto posti frequentati essenzialmente da giovani, “più sicure” di altri luoghi, cioè non mondi fatati dove i positivi non ci sono, ma dove il contagio arriva essenzialmente da fuori. Anche uno studio di Enrico Bucci e Antonella Viola non riscontra significative differenze nell’incidenza dei contagi tra la scuola e la popolazione generale.

Analizzando i focolai a scuola, quando si trova uno studente positivo e si testano tutti gli studenti della classe, si vede che nella stragrande maggioranza dei casi c’è un unico positivo che non ha contagiato altri studenti o insegnanti.

C’è però un aspetto apparentemente preoccupante del post del fisico Ferretti. Scorporando i dati del personale da quelli degli studenti si “scoprirebbe” che il personale scolastico avrebbe un tasso di positività da “due a quattro volte” maggiore della popolazione generale. Questa conclusione allarmistica è stata ripresa da diversi mezzi d’informazione, soprattutto da chi oramai ha iniziato una crociata per invocare la chiusura delle scuole.

C’è anche un altro lavoro a firma dell’epidemiologa Sara Gandini e altri autori, il quale evidenzia che l’indice Rt in Italia non è cambiato aprendo o chiudendo le scuole. Anche lì però, troviamo che il tasso di positività degli insegnanti è il doppio della media della popolazione generale.

A questo punto, se io fossi un insegnante e non un epidemiologo avrei delle ragioni per allarmarmi per il rientro in classe. Però, ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcosa di sensazionalistico e che fa leva sulla paura non dobbiamo cedere al panico ma piuttosto ragionare. Giusto quindi spiegare il motivo di questa apparente contraddizione.

Innanzitutto, osserviamo che nel post di Ferretti non è analizzato il numero di test nel personale scolastico e nella popolazione generale. La domenica e il lunedì osserviamo sempre un apparente calo di contagi, non certo perché il virus non contagi il fine settimana, ma semplicemente perché in quei giorni si comunicano i dati dei tamponi eseguiti nel weekend che sono di meno. La ragione però per cui quei dati non dimostrano nulla è più complessa. Come visto prima, l’incidenza di positivi non è la stessa in tutte le fasce d’età: è minore nei giovani. Se si separano i dati di giovani e adulti nella scuola, è errato comparare questi numeri con la popolazione generale costituita da giovani e adulti. Il confronto corretto sarebbe quello tra l’incidenza dei contagi del personale nella scuola e quella di altri adulti nella stessa fascia di età e che soprattutto hanno un numero simile di contatti sociali (escono di casa, prendono i mezzi pubblici etc). Quindi, ecco spiegato l’arcano: il punto non è che gli insegnanti si contagiano di più della “media”, ma semplicemente che è “la media” usata ad essere un riferimento errato.

Il lavoro di Gandini confronta invece gli insegnanti con tutta la popolazione generale, ma solo con le fasce d’età interessate, e il risultato è che le differenze adesso sono spiegabili come semplici fluttuazioni nei limiti degli errori sperimentali (vedi figura).

Anche usando il semplice buon senso si capisce che c’è una palese contraddizione nelle conclusioni di Ferretti: gli insegnanti si contagerebbero di più proprio in un luogo ove lui stesso trova una minore incidenza di positivi.

Non basta disegnare un grafico per trarre conclusioni su una questione così complessa come decidere quali interventi possono mitigare una pandemia. Non è l’interpretazione personale del singolo studio che ci dà la risposta corretta, ma un’analisi di tanti articoli scientifici da parte di tante persone competenti, proprio come ha fatto ECDC, perché altrimenti si giunge a conclusioni allarmistiche e infondate.

Ascoltiamo gli esperti, affidiamoci alle autorità sanitarie: solo così verremo fuori con meno danni possibili da questa situazione difficile.

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