Le scuole tornano a chiudere. Al ministero dell’Istruzione non c’è più Lucia Azzolina ma è arrivato Patrizio Bianchi, più politico che tecnico, più Partito Democratico che indipendente. A palazzo Chigi non c’è più Giuseppe Conte, ma super Mario: eppure le aule tornano a svuotarsi. È sparito anche Domenico Arcuri, che effettivamente qualche guaio l’aveva fatto, ma nulla per ora è cambiato. Parliamoci chiaro. Ad oggi non ci sono dati che confermano che la scuola è il luogo di trasmissione del virus. Sappiamo solo che le varianti colpiscono molto di più i giovani e i ragazzi. Ma dove si infettano?

Sicuramente fuori dalle aule. Non serve un Massimo Galli per capirlo. Basta fare un giro nei parchi pubblici; nei campetti da calcio o da pallacanestro; nelle piazze. Nei giorni scorsi passavo a Lainate e ho visto una ventina di ragazzi che giocavano a basket: non uno che portasse la mascherina. A Crema, in un boschetto lungo il fiume Serio, ogni giorno si ritrovano gruppetti di adolescenti a fumare e bere una birretta: non uno con la mascherina. Ciascuno di voi lettori potrebbe allungare questa lista. Mancano i controlli. Se nel primo lockdown, si vedevano vigili in ogni angolo e macchine della polizia locale con megafoni che facevano raccomandazioni, ora la tensione si è allentata.

Ma non basta. La questione non si limita a confinare il contagio fuori dalla scuola. Il dibattito fuori/dentro le classi è sterile. Chi insegna sa che anche a scuola (nella primaria e nella secondaria di I grado) il clima è cambiato. Se a settembre i bambini entravano diradati, distanti un metro l’uno dall’altro, ora nella maggior parte delle scuole escono ed entrano insieme. Se nei primi mesi della ripresa dell’anno scolastico non si entrava in aula senza aver igienizzato le mani ora molti si dimenticano anche questo gesto. Se per i primi mesi si andava a lavarsi le mani tre volte al giorno, ora l’abitudine è sfumata. Se prima si rispettavano le indicazioni di camminare in una corsia ora non c’è più un bambino che le segua.

È rimasta, per fortuna, la mascherina indosso per tutti. Nessuno la toglie. Anzi. Va detto con franchezza, a dispetto di quello che si crede, che il distanziamento nella primaria non è mai esistito o è stato poco applicato. D’altro canto è impossibile distanziare dei bambini di sette, otto anni. È inverosimile che giochino a metri di distanza, che facciano l’intervallo senza giocare insieme. È persino poco credibile che un maestro tenga due metri di distanza. Quando Giulia piange senza spiegarti il perché e non parla fin quando non ti sei chinato accanto a lei non c’è distanza che tenga. Quando Carlo non apre bocca durante l’interrogazione perché si vergogna dei compagni, il maestro non può che avvicinarsi per raccogliere dalla sua flebile voce quel che ha imparato. Quando Sonia si taglia con la carta del quaderno e sembra che stia morendo dissanguata non c’è distanza che valga: l’insegnante deve avvicinarsi.

Ecco, allora diciamocelo chiaramente. Il contagio avviene alla Darsena, nei parchi, nelle piazze dove non si vede nessun controllo ma forse, non è escluso, che ci si contagi anche in aula. Non lo sapremo mai perché finora il tracciamento tra i bambini non è andato in porto. Qualcosa non è funzionato fin dall’inizio, ma come cantava Ombretta Colli “Facciamo finta che tutto va ben”.

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