Le parole intervallate dai singhiozzi. Il tono della voce affievolito che cantilenando diventa sussurro di dolore. È il lungo rosario del calvario che si fa racconto: i sintomi, l’insorgere della malattia, i ricoveri, la diagnosi, i dubbi dei medici, la cura sperimentale, l’illusione, la speranza, la caduta, la tragedia e l’orrore della perdita. Quel pianto delle mamme, dei figli, dei nonni, dei padri della ‘Terra dei Fuochi’ rimbomba nella testa, resta dentro: è un dolore appiccicato all’anima. È contro natura, è abominio, è la Shoah della Campania.

C’era chi lo sospettava, c’era chi lo denunciava, c’era chi lo gridava ed esibiva le prove tra l’indifferenza e l’ironia di tanti, c’era chi, nonostante, i mulini a vento ha combattuto contro tutto e tutti. L’insorgenza di malattie che per decenni hanno distrutto vite e causato vittime sono conseguenza anche dei rifiuti smaltiti e interrati illegalmente dalla camorra a servizio della grande industria nazionale. La catena alimentare contaminata che ha appestato, contagiato, distrutto vite. Un biocidio. Ora finalmente ci sono le prove scientifiche che suonano come un pesante atto d’accusa che coinvolge l’intero Paese.

I dati sono lì, incontrovertibili, freddi, spietati e certificano che le abnormi malattie che in questi anni hanno flagellato e flagellano, neoplasie quasi in forma epidemica, i territori della provincia di Napoli e Caserta, localizzati in una ampia area, ribattezzata Terra dei Fuochi, non sono dovute allo stile di vita della gente oppure alle cattive abitudini come bestemmiò un ministro della Repubblica ma la diretta “relazione causale o di concausa tra la presenza di siti di rifiuti incontrollati” e l’insorgenza di malattie e delle migliaia di morti. È l’esito del lungo lavoro di ricerca avviato nel 2016 dagli esperti dell’Iss insieme alla procura di Napoli Nord.

C’è da riscrivere la storia di queste terre tra le province di Napoli e Caserta, martoriate dallo smaltimento di rifiuti illeciti e pericolosi a cui, sostiene la procura di Napoli, “le istituzioni” hanno assistito con “inerzia” per anni. Un atto d’accusa durissimo e il pensiero corre a Roberto Mancini, il poliziotto eroe che con ostinazione denunciò nella solitudine quel sistema pagandone in prima persona. Tanti neppure lo ascoltarono, anzi qualcuno gli consigliò di stare attento perché non c’erano prove e quelle sue denunce procuravano allarme infondato nella popolazione.

Come ogni storia di Pulcinella forse già si sapeva tutto fin dall’inizio, tanto è vero che il pentito Carmine Schiavone raccontò, spiegò, verbalizzò, dettagliò facendo i nomi e cognomi delle aziende, dei colossi dell’industria, degli imprenditori, fornì perfino i numeri di targa dei camion e dei mezzi, indicò i luoghi precisi dello sversamento. Atti segretati e dimenticati per almeno 10 anni in un cassetto. E quando dopo anni ricominciò a parlare di quel disastro, delle migliaia di morti che ancora ci sarebbero state, legate agli sversamenti illegali organizzati dalla cosca dei Casalesi su input degli industriali, svelò dell’interramento perfino di scarti chimici pericolosi e di scorie radioattive e della volontà e copertura dei servizi segreti italiani.

Ora sappiamo che un’area di 426 chilometri quadrati in cui negli anni sono stati accertati 2.767 siti di “smaltimento abusivo di rifiuti”, anche pericolosi ha provocato una catena di morti impressionante. È questione nazionale, c’è una popolazione che continua a soccombere. Adesso cosa si pensa di fare? Il nuovo governo Draghi affronterà di petto questa enorme tragedia? Sarà fatta chiarezza? Si scriveranno pagine di verità? Nessuno potrà dire più non lo sapevo, non avevo letto oppure avevo delegato. Lo dobbiamo a quelle mamme, a quei padri, a quei nonni, a quei figli che si sono visti strappare giorno dopo giorno i propri affetti.

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