Estrazione illegale di oro in Amazzonia: le miniere abusive hanno distrutto 100mila ettari di foreste protette in tre anni
Il contesto globale di crescente instabilità geopolitica ed economica alimenta la domanda internazionale di oro, facendo aumentare la pressione sulla foresta pluviale tropicale più grande del pianeta. In Amazzonia l’estrazione illegale continua ad avanzare: in tre anni le miniere abusive hanno distrutto 100mila ettari di foreste protette. Un fenomeno reso possibile da gravi falle normative e dall’assenza di un sistema di tracciabilità efficace. Tra il 2023 e il 2025, oltre 5mila ettari di foresta sono stati distrutti dall’estrazione di oro solo all’interno di terre indigene. È quanto emerge dal report di Greenpeace Brasile “Gold Laundering in the Amazon: Anatomy of a Fraud”, che documenta come il sistema dei permessi di Lavra Garimpeira, introdotto dal governo brasiliano per consentire l’attività mineraria artigianale, venga in realtà sfruttato per riciclare oro estratto illegalmente da terre indigene e aree protette, dove questa attività è vietata dalla legge. Complice il mercato internazionale, come mostra un’indagine della Polizia Federale brasiliana che, nel 2025, ha rivelato un giro miliardario di estrazione ed esportazione illegale di oro proveniente dall’Amazzonia. Pubblicata da Repórter Brasil e diffusa in esclusiva per l’Italia da Il Fatto Quotidiano, l’inchiesta ha ricostruito il percorso di parte di questo oro illegale fino al mercato internazionale, inclusa l’Italia.
Come l’oro illegale entra nelle catene globali
Dal 1985 al 2022, l’estrazione illegale di oro è aumentata del 1.100%, con attività concentrate per il 91% in Amazzonia. “L’assenza di controlli efficaci da parte dell’Agenzia nazionale mineraria brasiliana e l’esenzione dall’obbligo di una preventiva analisi geologica – denuncia il dossier – hanno creato un ‘punto cieco’ che impedisce di valutare correttamente l’impatto dell’attività estrattiva e facilita il riciclaggio dell’oro illegale”. Attraverso hub di commercio, raffinazione e consumo, l’oro illegale entra così nelle catene globali di approvvigionamento e può raggiungere mercati come Italia, Svizzera, Francia, Germania, Canada e Emirati Arabi. In questi Paesi, una volta immesso nel sistema, diventa estremamente difficile da tracciare. Solo nel 2024, dal Brasile sono state esportate oltre 61mila tonnellate d’oro per un valore superiore a 3,9 miliardi di dollari statunitensi verso mercati di tutto il mondo.
La sentenza della Corte Suprema e i limiti del sistema
In questo contesto, mentre una legge del 2013 stabiliva una ‘presunzione di legalità’ basata sulla semplice autodichiarazione del venditore, a marzo 2025, la Corte Suprema brasiliana (Supremo Tribunal Federal) ha dichiarato incostituzionale questo principio della presunzione di buona fede nell’acquisto dell’oro. Una sentenza storica che punta proprio a bloccare il riciclaggio dell’oro di provenienza illecita proveniente dall’Amazzonia. “La decisione rappresenta un passo importante, ma non sarà sufficiente senza un sistema di tracciabilità realmente efficace lungo tutta la filiera” spiega Martina Borghi della campagna Foreste di Greenpeace Italia. “Finché il Brasile non introdurrà controlli rigorosi – aggiunge – basati su dati geologici affidabili e verifiche indipendenti, l’oro estratto illegalmente continuerà a entrare nel mercato globale alimentando deforestazione, violazioni dei diritti umani e distruzione dei territori indigeni. Anche l’Unione Europea e i Paesi importatori devono fare la propria parte, introducendo regole più severe sulla tracciabilità dell’oro e impedendo l’ingresso nel mercato europeo di metallo legato alla distruzione dell’Amazzonia”.
Le miniere fantasma, un fenomeno fuori controllo
L’indagine rivela inoltre la persistenza di ‘miniere fantasma’: permessi minerari attivi solo sulla carta, privi di attività coerente con i dati satellitari o con le verifiche sul campo, che funzionano come copertura legale per introdurre oro proveniente da altre aree, inclusi territori indigeni e zone protette. E i dati sono allarmanti: complessivamente, il 94% dei processi minerari analizzati da Greenpeace tra il 2018 e il 2026 è stato classificato come ‘miniera fantasma’ oppure operazione industriale incompatibile con il regime previsto per l’estrazione artigianale.
Gli impatti sociali e le terre indigene
L’estrazione illegale di oro ha anche gravi impatti sociali, che colpiscono in modo particolare le popolazioni indigene, con un aumento di violenze, sfruttamento economico e deterioramento delle condizioni di vita, soprattutto per le donne. Anche la contaminazione da mercurio rappresenta una minaccia: uno studio della Fundação Oswaldo Cruz nelle terre indigene del Popolo Munduruku ha rilevato che il 98,5% delle donne in gravidanza sottoposte ad analisi presentava livelli di mercurio superiori alla soglia di sicurezza, evidenziando un grave rischio per la salute riproduttiva e le generazioni future. Per contrastare efficacemente l’estrazione illegale di oro in Amazzonia, Greenpeace ritiene fondamentale rafforzare le misure normative e amministrative contro il riciclaggio, promuovendo al tempo stesso un processo di riconversione economica della regione e sostenendo attività compatibili con la foresta, che siano rispettose dei diritti umani e capaci di contrastare la povertà.
Fotocredits: Greenpeace Brasile