Da una recente ricerca condotta a Roma su 6 placente, dopo parti e gravidanze normali, è emersa la presenza di microplastiche in 4 di esse. Sono stati infatti trovati 12 frammenti di microplastiche (5 nel lato fetale, 4 nel lato materno e 3 nelle membrane corioamniotiche), tutti pigmentati e caratterizzati per morfologia e composizione chimica.

La notizia ha suscitato notevole scalpore perché è la prima volta che viene segnalato il loro ritrovamento in un organo così particolare come la placenta. Eppure non c’è molto da stupirsi visto che la produzione globale di plastica ha raggiunto 320 milioni di tonnellate all’anno e, nella sola Europa, nel 2014 ne sono state prodotte ben 58 milioni di tonnellate (PlasticsEurope, 2016).

La plastica, una volta rilasciata nell’ambiente, subisce una degradazione che dà origine a particelle di dimensioni micrometriche (millesimi di millimetro) o anche inferiori, ormai ubiquitarie, visto che sono state ritrovate non solo nelle profondità degli oceani e nelle sommità dei ghiacciai, ma anche nell’intestino di svariati animali, uomo compreso. Le microplastiche tuttavia non derivano solo dalla degradazione di frammenti più grandi, ma sono anche prodotte intenzionalmente ed utilizzate nei più svariati settori, a cominciare dai prodotti per l’igiene personale e la cosmetica.

Dal 1° gennaio 2020 vige il divieto di utilizzare microplastiche nei prodotti cosmetici da risciacquo (esfolianti, scrub etc.), ma questo non è evidentemente sufficiente per ridurre drasticamente la loro presenza nell’ambiente. Ancora poco sappiamo sui rischi per la salute conseguenti a presenza di microplastiche nei nostri corpi, ma è verosimile che, per le sostanze chimiche da cui sono composte, molte di esse possano agire come “interferenti endocrini”, ovvero siano in grado di alterare i delicatissimi equilibri ormonali che regolano funzioni metaboliche, immunitarie, riproduttive, nervose, anche con effetti transgenerazionali.

Se le microplastiche si ritrovano all’interno della placenta le preoccupazioni sono ancora maggiori e più che legittime, poiché la placenta rappresenta l’interfaccia tra il feto e l’ambiente, l’organo in grado di modulare il complesso flusso di informazioni che passa dalla madre al feto e che riveste un ruolo determinante nella complessa tolleranza immunitaria fra organismo materno e prodotto del concepimento.

Da una grande mole di studi già sappiamo che sono centinaia le sostanze chimiche estranee, dai pesticidi ai metalli pesanti, presenti nei corpi delle madri che arrivano al feto nel periodo più delicato della vita, potendo comprometterne il fisiologico sviluppo. Purtroppo anche negli operatori sanitari non vi è ancora una adeguata percezione di questi problemi e ben poco viene fatto per informare le future madri circa abitudini e comportamenti individuali che potrebbero ridurre l’esposizione e quindi i rischi conseguenti.

In verità l’impatto delle esposizioni a chimici ambientali sulla vita riproduttiva è stato affrontato fin dal 2015 dalla Federazione Internazionale degli Ostetrici e Ginecologi, e un’indagine su come l’argomento viene percepito e veicolato dagli operatori alle donne in gravidanza è stata condotta in Francia. Non sono a conoscenza di analoghi studi condotti in Italia, ma certamente l’urgenza di una adeguata informazione sui rischi ambientali in questa fase così delicata della vita è molto sentita dai Medici per l’Ambiente, che già da tempo hanno realizzato un opuscolo al riguardo, riprendendo anche di recente il tema.

Ridurre drasticamente la produzione di plastica anche attraverso tassazione e divieti come indicato dalle normative europee che prevedono dal 2021 la messa al bando di stoviglie, posate ed altri prodotti monouso è importante, ma altrettanto importante è sapere che con scelte consapevoli sul nostro modo di alimentarci, vestirci, spostarci possiamo fare la differenza: se tutti lo facessimo, ciò potrebbe essere un primo importante passo per un mondo più vivibile, soprattutto per chi ancora deve venire alla luce, in un periodo certo non facile né semplice come quello in cui stiamo vivendo.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: se credi nelle nostre battaglie, combatti con noi!

Sostenere ilfattoquotidiano.it vuol dire due cose: permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti, gratuito per tutti. Ma anche essere parte attiva di una comunità e fare la propria parte per portare avanti insieme le battaglie in cui crediamo con idee, testimonianze e partecipazione. Il tuo contributo è fondamentale. Sostieni ora

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Clima, la direzione è chiara ma ci si muove troppo lentamente

next
Articolo Successivo

“Maggiore contagio dove c’è smog? Probabilità trascurabile”: lo studio sull’interazione tra coronavirus e particolato

next