E’ passato un anno dal 31 dicembre 2019, quando un’anomala polmonite nella città cinese di Wuhan creò panico per 41 contagi nella sua popolazione. Da quel giorno niente è stato più come prima.

Il 31 gennaio 2020 il presidente del Consiglio Giuseppe Conte conferma i primi casi in Italia, due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma, annunciando al contempo lo stato di emergenza sanitaria.
Tre settimane dopo viene accertato un caso a Codogno, l’ormai celebre paziente 1. Nelle ore successive, si verificheranno altri 15 contagi e poi altri ancora nel Veneto, con la morte di un paziente di Vo’ Euganeo, deceduto nella terapia intensiva dell’ospedale di Schiavonia, a Padova.
Il governo approva nella notte del 22 febbraio un decreto, con cui vengono isolati 11 Comuni nel Lodigiano e a Vo’.

La sarabanda dei numeri, delle linee poco chiare dell’Oms, dell’incredulità, della paura, dell’incertezza si riflette specularmente nel modo in cui si muovono i presidenti regionali, specie quelli in prima linea contro la pandemia, inizialmente percepita come semplice epidemia. Attilio Fontana e Luca Zaia ostentano in ugual misura un approccio rassicurante.

Il primo, in una intervista mattutina del 24 febbraio a Rtl 102.5, si appella ai lombardi, invitandoli a condurre la vita di sempre e dicendosi convinto che il virus regredirà molto presto. Poi ribadisce che col governo c’è la massima collaborazione.
Ma a sparigliare le carte sarà il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli che, nella stessa giornata, convoca una conferenza stampa in cui annuncia la chiusura delle scuole e delle università e il divieto delle manifestazioni pubbliche, pur non essendoci casi positivi nella regione. Arriverà a sorpresa nel corso della conferenza una telefonata di Conte, che gli chiederà di bloccare l’ordinanza in attesa dell’incontro tra Regioni, Protezione Civile e governo previsto per il giorno dopo.

Nella serata del 24 febbraio, il presidente del Consiglio, prima di entrare nella sede della Protezione Civile, lancia la sua strigliata ai governatori invitandoli a non prendere iniziative in ordine sparso e invocando un coordinamento nazionale. Conte rincara il messaggio in una intervista televisiva, concessa la stessa sera, alla trasmissione “Frontiere”, su Rai Uno: “Tutti dobbiamo perseguire un coordinamento. Se non ci riuscissimo, saremmo pronti a misure che contraggano le prerogative dei governatori”.
La reazione di Fontana, che diramerà intorno alle 23.00 una nota stampa, è furibonda: “Parole irricevibili e, per certi versi, offensive. Domani riferirò al presidente Conte che la Lombardia sta dimostrando di essere all’altezza della situazione e sta gestendo con competenza ciò che sta accadendo. E tutto ciò alla faccia dell’autonomia e dei pieni poteri“.

Lo strappo tra Fontana e Conte, secondo un retroscena de La Stampa, raggiunge il suo climax proprio nella videoconferenza del 25 febbraio. Ad appianare tutto ci penserà Sergio Mattarella con una telefonata riconciliatrice a Fontana.
Ricucito con fatica lo sbrego istituzionale, non poteva mancare il tentativo di sabotaggio passivo attuato da Matteo Renzi che nella stessa giornata invia un messaggio di solidarietà a Fontana, come lo stesso politico leghista rivela, tra risatine strozzate, all’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, nel corso del Consiglio Regionale.
Nella stessa seduta, il governatore leghista ribadirà che la situazione sanitaria in Lombardia ‘è difficile ma non tanto pericolosa’ e che ‘il virus è poco più di una influenza’.

Il giorno dopo Attilio Fontana con un video pubblicato sulla sua pagina Facebook annuncia di essere in isolamento volontario a causa della positività di una sua collaboratrice al coronavirus. Il filmato è ormai un pezzo cult di questo scorcio d’epoca per via della goffa operazione di “vestizione” con cui il politico tenta di indossare la mascherina.
Arriva la solidarietà di tutti i colleghi presidenti regionali, in primis di Vincenzo De Luca, che ironizza: “Fontana mi ha detto che ha 36 di febbre. E allora non ci vuole l’antibiotico, ma l’ovetto e lo zabaione la mattina. Comunque lui puoi stare tranquillo perché, anche se gli arriva il virus, questo come si nutre? A lui è rimasta solo la barba”.

Gli stilemi comunicativi adottati da Luca Zaia, invece, sono più assertivi e decisi di quelli usati da Fontana. Da buon discepolo delle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, salvo poi abiurarlo un mese dopo chiamandolo “signor Oms mai visto qui in trincea”, il presidente veneto il 25 febbraio affida alla rete veneta Antenna 3 le sue pillole di sapienza scientifica: le mascherine non vanno usate se non dai sanitari e i tamponi non ci dicono nulla. E per avvalorare la sua tesi, che rinnegherà alcuni giorni dopo col metodo “Crisanti” dei tamponi a tappeto a Vo’ Euganeo, ricorre a una metafora ittica: “E’ come andare a pescare a strascico con una rete che ha le maglie larghe mezzo metro quadrato. Non prendiamo tutte le sardine“. Un attimo dopo si scuserà per evitare incidenti politici con il movimento di Mattia Santori.

Il 27 febbraio è una giornata particolare che accomuna ben tre presidenti regionali nel pieno ruolo di gaffeur: Fontana, Zaia e Zingaretti.
Il primo, da un giorno in isolamento precauzionale e all’indomani del secondo decreto governativo che impone nuove strette, si pronuncia entusiasticamente sulla partita di scudetto Juventus-Inter, in programma domenica 1 marzo e successivamente giocata a porte chiuse l’8 marzo all’Allianz Stadium di Torino. “Spero che da oggi ci sia una regressione della diffusione – commenta ai microfoni di Radio Rai – così vado a vedere anche io Juve-Inter. Monitoriamo la situazione. Sono molto tranquillo. Sull’esito positivo non ho dubbi”.

Zaia, sempre nell’emittente televisiva Antenna 3, nel vantare l’alto numero di asintomatici veneti tra i positivi a fronte della più grave situazione cinese, attribuisce la faccenda a una vicenda tutta indigena di usanze igieniche e culinarie: “Il nostro popolo, i veneti e i cittadini italiani, hanno un regime di igiene particolare: si fa la doccia, si lava. Anche l’alimentazione, la pulizia, le norme igieniche. È un fatto culturale. Io penso che la Cina abbia pagato un grande conto di questa epidemia, perché comunque li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi e altre robe del genere”. Si sfiorerà l’incidente diplomatico: l’ambasciata di Pechino protesterà duramente e Zaia sarà costretto a inviare una lettera di scuse.

Nella stessa serata del 27 febbraio, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti accoglierà l’invito del sindaco di Milano Beppe Sala e dei giovani dem per un aperitivo sui Navigli, in nome della ripresa e del rifiuto del panico, sull’onda dell’hashtag “Milano non si ferma”, lanciato e incoraggiato soprattutto dai cenacoli confindustriali.
Il 7 marzo Zingaretti annuncerà di essere positivo al coronavirus, beccandosi 4 mesi dopo il manrovescio impietoso di Vincenzo De Luca (“Siccome Dio c’è, s’è pigliato il covid subito dopo”).
L’8 marzo anche il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio comunicherà di essere stato contagiato dal virus. Quattro giorni prima aveva incontrato Zingaretti a una riunione a Palazzo Chigi e sempre il 27 febbraio aveva invocato con forza il “ritorno alla normalità” per il Piemonte e per tutta l’Italia.

Nel frattempo i contagi aumentano vertiginosamente: il 4 marzo Conte firma un nuovo decreto che impone la chiusura di scuole, di università, di teatri e di cinema fino al 15 marzo.
Nel pomeriggio del 7 marzo circola sui media una bozza che impone la chiusura della Lombardia, ormai da giorni messa in ginocchio soprattutto nell’area del Bergamasco.
Il tam tam frenetico sull’indiscrezione trapelata costringe il governo a rendere ufficiale la notizia nella tarda serata (divieto di spostamento in Lombardia e e in 14 province di Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Marche), ma ormai la frittata era fatta.
Nella notte tra il 7 e 8 marzo le stazioni di Milano saranno prese d’assalto dai tanti che cercheranno di fuggire alla volta del Sud.

Il primo a protestare contro il decreto dell’8 marzo è Luca Zaia, che nell’arco di 6 giorni si rende protagonista di un salto triplo carpiato con avvitamento antiorario: l’8 marzo chiede con veemenza lo stralcio delle province di Padova, di Treviso e di Venezia dalla zona rossa.
Quattro giorni prima, il 4 marzo, aveva tuonato contro l’esecutivo, sollecitando misure uniformi per tutto il territorio nazionale, sentenziando: “Tutto il Veneto è zona rossa, trovo illogico che lo sia solo una parte della Lombardia, così come per il Veneto e l’Emilia Romagna. Se virus è, il virus non conosce confini”.
Il 10 marzo, il giorno dopo del lockdown nazionale, cambierà nuovamente idea, tornando alla tesi di 6 giorni prima: “Piuttosto che protrarre un’agonia che dura mesi, è meglio arrivare a una chiusura totale del Paese”.

L’esodo verso il Sud, intanto, mette in tangibile allerta tutti i presidenti delle regioni meridionali, che si alterneranno in appelli social ai propri cittadini perché si astengano dal mettersi in viaggio e seguano tutte le prescrizioni in caso di arrivo.

Tra tutti spicca il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che, armato di pugno linguistico di ferro (con le punte), inaugurerà la stagione degli ‘ipse dixit’ meta-crozziani: “i carabinieri coi lanciafiamme” da mandare ai laureandi che vogliono festeggiare l’alloro accademico, la quarantena e le sanzioni pesanti a quelli “stravaccati sulla panchina”, gli “irresponsabili” che vanno assolutamente “neutralizzati”, i quartieri da “militarizzare”, “i metodi terapeutici della Cina” come la fucilazione di un giovane che aveva violato la quarantena, “i buontemponi” che “portano al papà le zeppole di San Giuseppe condite con una bella crema al coronavirus”, “le ammuine del Nord”, i “portaseccia”, ovvero i terribili menagrami raccontati da Nicola Valletta nel suo trattato sulla “jettatura”.
Questo ruolo rivestito da De Luca, una specie di Isocrate col cipiglio di Cerbero, si concretizza anche nella realtà: il 13 marzo, alla fine della sua consueta diretta su Facebook, si apposterà sul lungomare di Salerno per inveire contro gli indisciplinati campani che scorrazzano in barba alle regole.

Intanto aumentano, assieme ai contagi e ai decessi, anche le occasioni di scontro tra governo e presidenti regionali: il 24 marzo oltre 200 persone, tra cui numerosi siciliani, sono bloccate a Villa San Giovanni (Reggio Calabria) in attesa di imbarcarsi verso la Sicilia. Musumeci attacca duramente la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, lamentando l’assenza di controlli: “Non possono entrare in Sicilia e io non ho alcun potere per farli entrare. Le competenze sono dello Stato”.
Una settimana dopo, Musumeci e De Luca, assieme all’assessore lombardo alla Sanità Giulio Gallera, contestano la ministra dell’Interno per la circolare che consente ai genitori di minori di fare passeggiate intorno alla propria casa con i figli. Il misunderstanding verrà presto risolto dalla stessa titolare del Viminale.

Lo scontro più forte avviene sulla mancata istituzione della zona rossa anche per i comuni bergamaschi di Alzano Lombardo e Nembro, che hanno pagato un prezzo altissimo nella prima ondata.
Già dal 3 marzo la provincia di Bergamo contava 373 contagiati, diventando di fatto un focolaio. Il 18 marzo è una data significativa per le immagini terribili dei camion dell’Esercito che trasportano le salme dei deceduti di Bergamo verso altre regioni.
Nei giorni successivi. ospitati da tv e radio, Fontana e Gallera danno la loro spiegazione dei fatti sulla mancata zona rossa, che sarà oggetto di una inchiesta della procura di Bergamo.

Il 23 marzo, a “24 Mattino” (Radio24), Fontana accuserà il Cts, ma il 5 marzo, ospite di “Aria pulita”, su Italia 7 Gold, a domanda precisa di Simona Arrigoni sulla possibilità di chiudere alcune zone della Lombardia, Fontana aveva risposto: “Non lo so. L’abbiamo accennato ieri al ministro Speranza ma siamo ancora molto lontani da qualunque decisione. Nelle prossime ore, se sarà necessario, ci risentiremo con il ministro e valuteremo”.

Il 19 marzo Giulio Gallera, a “Sono le Venti” di Peter Gomez (Canale Nove), spiegherà la cronologia degli eventi: “Il 3 marzo il presidente dell’Iss Brusaferro ha inviato un documento del Cts al governo. Almeno così ha detto a me. Abbiamo atteso giovedì e venerdì (5 e 6 marzo, ndr), ma il governo questa decisione non l’ha assunta”. Quattro giorni dopo, ospite di Agorà (Rai Tre), Gallera ammetterà che la Regione avrebbe potuto intervenire per chiudere il focolaio bergamasco in virtù di una legge, la 833 del 1978.

Il redde rationem sull’operato della Regione Lombardia riguarda anche lo scandalo dei decessi nelle Rsa, dove con una delibera dell’8 marzo la giunta regionale chiedeva il ricovero dei pazienti covid.
Il 5 aprile la procura di Milano aprirà un’inchiesta sulla storica struttura di assistenza per anziani, il Pio Albergo Trivulzio, accusato di aver sottostimato i decessi di molti ospiti.

Altro motivo di disputa tra governo e Regioni riguarda le mascherine inviate dalla Protezione Civile per gli operatori sanitari. Gallera sbotterà definendole “fogli di carta igienica”, De Luca le paragonerà alle mascherine del “coniglietto Bugs Bunny”, Fontana il 2 aprile definirà l’operazione “una vergogna”, lamentando ai microfoni di Radio Padania pochissimi aiuti del governo: “Da Roma stiamo ricevendo delle briciole. Se noi non ci fossimo dati da fare autonomamente, avremmo chiuso gli ospedali dopo due giorni”.

Il giorno dopo, il presidente lombardo annuncerà l’auto-produzione di mascherine destinate agli operatori sanitari e realizzate dalla Fippi di Rho, un’azienda di pannolini che ha riconvertito la produzione su commissione di Regione Lombardia.
Il sindacato Adl Cobas Lombardia, con un video informativo, dimostrerà la totale inefficienza dei dispositivi di protezione e presenterà un esposto che sarà l’apripista di un’inchiesta della procura di Milano.
In estate si scoprirà che il 90% delle mascherine “autoprodotte” e pagate dal Pirellone 8,1 milioni di euro è rimasto inutilizzato negli scatoloni.

Si arriva alla vigilia di Pasqua. De Luca invita i campani a seguire le liturgie gastronomiche partenopee, ma sempre con la scacciacani spianata: “Reimpariamo a fare le pastiere. Le prime saranno una sozzeria, ma rimanete chiusi in casa. Nessuno pensi di rilassarsi”.
Di diverso registro, invece, è il messaggio augurale di Fontana, che pubblica sulla sua pagina Facebook il video di tre falchetti nati sul tetto del Pirellone.

Dopo le festività pasquali, i presidenti regionali del Nord, assieme a Musumeci, scalpitano per l’accelerazione sulla Fase Due, ovvero sulla riapertura per il 4 maggio e sul ritorno a “una nuova normalità”.
Fontana, che il 13 aprile aveva espresso cautela e piena fiducia nella decisione dei virologi, il giorno dopo regala il coup de théâtre, pubblicando un video con cui annuncia “la via lombarda alla libertà” e la richiesta al governo per la riapertura delle attività produttive. Seguiranno a ruota Cirio, Toti, Fedriga e Zaia, che sentenzia: “Il lockdown non esiste più”.

De Luca non ci sta: “Premono per affrettare la ripresa di tutto. La Campania chiuderà i suoi confini“.
Nascerà un duello a colpi di fioretto e di stiletto con Zaia, già contestato da De Luca per la diversa visione sui tamponi.
Zaia commenterà così la decisione del collega campano: “E’ una prima forma di autonomia, ben venga. Il Sud ha deciso di sposare il nostro progetto autonomista. Ma non chiamatelo “Nord contro Sud”. E’ “Sud contro Nord” questa roba qua. Penso che tutti i veneti che vanno in Campania in vacanza non siano tanto contenti, il che vuol dire che De Luca non sta facendo un buon servizio alla sua Regione”.
Polemica idiota e sgangherata. Siamo nel pieno del chiacchierificio nazionale – replicherà a distanza il presidente campano – Bisognerà convincersi anche a livello nazionale che qualche volta le lezioni bisogna apprenderle dal Sud”.
E sugli allentamenti locali, mantiene la barra dritta con inflessibile perseveranza: “Qualcuno mi ha scritto chiedendomi: ‘Con queste decisioni possiamo riprendere la movida?’. Ma tu sei scemo o sei buono?“.

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