“Qua le persone pagano e vengono buttate le bombe. Noi del gruppo siamo andati sempre a parlare o a sparare dietro le serrande”. È il 16 gennaio 2020 quando Carlo Verderosa racconta ai magistrati che indagano sulla Società foggiana una serie di retroscena. Verderosa ha scelto di collaborare con la giustizia e descrive le dinamiche interne alle tre batterie mafiose che controllano Foggia. Svela i dettagli degli affari illeciti e soprattutto racconta come i tre gruppi Sinesi-Francavilla, Moretti-Pellegrino-Lanza e Trisciuoglio-Tolonese-Prencipe ormai abbiano scelto di non dividersi il territorio, ma di avere un’unica cassa con la quale provvedere agli “stipendi” degli affiliati, al pagamento degli avvocati, al sostegno degli affiliati in carcere e alle loro famiglie. Una spesa che il solo traffico di stupefacenti non riesce a coprire e così la mafia foggiana spreme imprenditori e commercianti. A Foggia pagano in tanti. Nelle 232 pagine dell’ordinanza Decima azione bis che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di altri 39 indagati, compresi il capo storico Federico Triscuoglio e Pasquale Moretti, figlio del mammasantissima Rocco, il gip di Bari Francesco Agnino, ha confermato che “uno dei settori di maggiore interesse è rappresentato dalle estorsioni, realizzate a tappeto nei confronti di tutti gli operatori economici della città di Foggia: dalle agenzie funebri ai gestori di slot machine, passando per gli esercizi commerciali, per finire alle corse dei cavalli”. E la paura di ritorsioni spinge quasi tutti al silenzio: gli operatori commerciali sanno chi comanda e infatti “non contestano la necessità di pagare – sporgendo denunce – ma cercano di ottenere uno sconto sulla cifra iniziale”. Quei pochi che si ribellano, rischiano grosso. Come Michele Bucci, rappresentante regionale della Federcommercio: nelle intercettazioni gli uomini della Società lo definiscono uno degli “infami” a cui fare visita per “buttargli una botta”.

Il ‘Sistema’ – Per anni le batterie foggiane hanno insanguinato le strade del capoluogo con omicidi e sparatorie, ma poi si sono spesso sedute intorno a un tavolo per trovare un accordo. Le guerre, i morti, le bombe, rovinano gli affari. L’ultimo accordo per scongiurare nuovi spargimenti di sangue è quello di condividere il denaro del racket. I nomi di chi paga sono tutti raccolta nella “lista delle estorsioni”: un documento più potente di un’arma che ogni batteria desidera. Negli ultimi tempi i clan individuavano l’uomo che doveva “girare per Foggia” e riscuotere il denaro che poi veniva consegnato al cassiere a cui spettava il compito di suddividere per ciascuna famiglia. Un sistema che, stando a quanto emerge nelle carte dell’inchiesta, stava dando buoni frutti. In una delle intercettazioni raccolte dai poliziotti e dai carabinieri della “Squadra Stato”, gli indagati la considerano una buona soluzione: “Affermavano – si legge nei documenti – che il monopolio delle estorsioni nella città di Foggia non è attuato per competenza territoriale poiché non sarebbe possibile dividere la città in tre zone assegnandone la competenza a ciascuna delle tre batterie” dato che “comporterebbe il rischio concrete di non mantenere i patti prestabiliti e di far scoppiare nuove guerre ed altri omicidi, come già accaduto in passato”. E quindi la soluzione è la cassa comune: “Noi come ve lo avevamo detto – spiega uno dei mafiosi ai sodali – noi se prendiamo cento lire, la dividiamo per tre persone”. E se la cassa è comune, la richiesta di denaro è alta e non si possono fare sconti. Neppure ai parenti. Il pizzo lo devono pagare, ad esempio, tutti i gestori di sale scommesse “siano esse di proprietà di estranei o di parenti o amici”: tutti ogni mese devono versare 100 euro nella cassa dei clan.

Gli ex proprietari del Foggia Calcio – “Io non ho mai pagato il pizzo”. Fedele Sannella ha negato sostanzialmente in questi termini la domanda degli investigatori. Con la Società foggiana non c’entra nulla. Eppure per gli investigatori anche lui e suo fratello Antonio, impreditori delle industrie alimentari, versavano ben 3mila euro al mese ai clan. La certezza espressa dai pubblici ministeri di Foggia, della Dda di Bari e Dna di Roma emerge dalle telefonate intercettate nelle quali i mafiosi citano espressamente i Sannella come una delle tappe previste dal giro quotidiano per la riscossione del denaro. Ma non è la prima volta che gli imprenditori vengono accostati all’organizzazione criminale diventata “il principale nemico dello Stato” come l’ha definita il procuratore Cafiero De Raho. Nell’inchiesta Decima Azione messa a segno nel 2018 – indagine madre da cui poi è nato al nuovo blitz dei giorni scorsi – era emerso che anche il calcio doveva pagare. Nel 2016, infatti, alcuni esponenti del clan avevano imposto alla società sportiva Foggia Calcio, presieduta proprio da Antonio Sannella, la “stipulazione di contratti di ingaggio nei confronti di soggetti vicini” ai clan.

I costruttori – “Nessuna attività – ribadisce il giudice Agnino – è esente dal pizzo”. Ma per alcuni il giogo è particolarmente pesante. Come per i costruttori edili. Nei loro confronti i mafiosi agiscono da “veri parassiti e prepotenti”, senza neanche considerare le condizioni economiche in cui versano gli imprenditori. Non è importante la congiuntura economica, devono pagare. Non ci sono favori né sconti. “Se soldi non ne tiene, chiude. Deve chiudere”, commenta un indagato a proposito delle difficoltà di un imprenditore. Per chi non paga con regolarità, quindi, non c’è alcuna comprensione: “Ci devono pagare tutti quanti, tutti i costruttori”. E per i morosi, la soluzione è violenta: “Ora li andiamo ad attaccare”.

Fiori, patate, cipolle – Erano i clan a stabilire quali attività commerciali potevano operare a Foggia. La regola era pagare. Una ditta di movimento terra, ad esempio, doveva versare 1.200 euro al mese. La rata per l’agenzia di scommesse era di 1.000 euro mensili. Un’azienda di trasporti oltre al denaro doveva garantire al clan l’assunzione di tre persone. Anche gli operatori del mercato settimanale dovevano versare alla Società: per un commerciante di Cerignola, la richiesta è 3mila euro al mese. A un commerciante di frutta hanno imposto 1.000 euro al mese: “Hai capito il fatto di quel ragazzo? Quello che vende la frutta? Ho sistemato, mille euro al mese”. Il pizzo era stato imposto anche a un fioraio, originario della provincia: “Qua se viene qualche fioraio di Cerignola noi gli rompiamo le corna”, commentano quasi a voler ostentare la cura nei confronti dei commercianti foggiani che “stanno facendo la fame, specialmente gli amici nostri”. Per il giudice Agnino la “tracontanza” dei mafiosi si manifesta “nella possibilità di escludere l’affermazione di alcune attività commerciali” impedendo di conseguenza “la crescita economica della città di Foggia”. Un intero territorio, quindi, non può crescere a causa della presenza mafiosa mafia che con la sua “miserrima esistenza” sottomette tutto al suo potere criminale.

I fantini – Persino sulle corse dei cavalli, il clan era riuscito a imporre i propri diktat. L’11 ottobre 2017 nel corso di un summit, i rappresentanti delle tre batterie decidono di alterare a loro convenienza le corse dei cavalli. A un fantino, ad esempio, viene richiesto il pagamento di una somma di 2mila euro come recupero di una scommessa persa che il clan aveva subito proprio a causa sua. La richiesta non è celata da consigli o da inviti, ma espressa con una forza e una ferocia che non lascia spazio a interpretazioni: “Che io ti sfascio le corna a te e questo Massimino… Vengo a Foggia e e vi vengo ad acchiappare. Abbiamo preso 3mila euro… abbiamo perso 2mila euro sopra i 5…. I soldi li ho fatti cacciare a loro… ho detto i soldi li cacci tu, fantino! I soldi me li dai tu e quel figlio di bastardo e cornuto. Ho detto ti devo uccidere. Mi devi portare i soldi… e adesso dalla prossima volta… tu fai quello che dico io, no quello che dici tu. Tanto adesso il sistema l’ho capito”. Anche altri due fantini ricevono le minacce del clan. Poco prima di partecipare al Premio Gubbio nell’ippodromo di Catselluccio dei Sauri, in provincia di Foggia, il clan impone il suo risultato: non devono arrivare nelle prime tre posizioni “perché qua è casa nostra”.

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