Hunger e Shame. Quando il primo e il secondo film di Steve McQueen folgorarono gli schermi rispettivamente di Cannes 2008 e Venezia 2011 il mondo del cinema non ebbe dubbi: era nata una stella. Ma quasi unica nel suo “genere”: British, black e soprattutto proveniente dall’arte visuale. Visivamente chirurgico e tematicamente militante, il regista/artista londinese ha ricevuto oggi il Premio alla Carriera della 15ma Festa del cinema di Roma durante l’Incontro Ravvicinato alla quale hanno partecipato numerosi spettatori “in presenza”ma ben distanziati. “Ringrazio la Festa per esistere, per il cinema sul grande schermo che continua ad offrire nonostante la pandemia, è un momento folle, ma è giusto resistere”. Parole doppiamente importanti le sue, perché pronunciate da un cineasta che ha fatto della resistenza e della lotta per la libertà il suo credo personale, politico e quindi artistico.

Con soli quattro lungometraggi all’attivo, diversi corti ma soprattutto tanti video installazioni ed opere di valore inestimabile nel mondo dell’arte contemporanea (per cui è pluripremiato), Steve McQueen è un personaggio trasversale, capace di tenere lo spettatore incollato a un’unica inquadratura per decine di minuti (“la tensione del longtake è irrinunciabile”) o di spostarlo freneticamente in combattimenti violenti così come di commuoverlo fino allo struggimento. Per lui, non a caso, cinema e arte contemporanea coabitano come forme narrative parallele e convergenti, “la prima assimilabile al racconto romanzato, la seconda alla poesia, perché contiene più fratture”. Forse le due opere successive (12 anni schiavo, premiato con 3 Oscar, e Widows) non convincono come i sorprendenti primi due, che ricordiamo entrambi tesi a elaborare la resistenza corporale con un intenso Michael Fassbender, ma di certo mostrano la capacità di questo artista nato a Londra nel 1969 di sfidare se stesso su territori diversi, anche nel genere.

Alla Festa del cinema di Roma ha portato tre dei cinque capitoli che formano l’antologia Small Axe, prodotti da BBC e prossimamente in onda su Amazon Prime. Si tratta di Mangrove, Lovers Rock e Red, White and Blue. Il progetto, concepito da McQueen circa 11 anni fa, è nato dalla sua intenzione “di investigare – drammatizzandole – alcune storie vere della black community londinese dove sono cresciuto. Volevo restassero nella memoria le storie di persone rimaste nascoste dalle prime pagine, ma che sono veri e propri eroi”. In Small Axe, contestualmente, si osservano scenari politico/culturali e sociali della Londra fra i ’70 e i ’90. “Inizialmente volevo portar avanti nelle decadi la storia di una sola famiglia, come una sorta di romanzo epico, poi mi sono accorto c’erano troppe vite interessanti da raccontare, quindi ho optato per episodi distinti”. La visione di Red, White and Blue esemplifica le intenzioni del regista: la vita del giamaicano-londinese Leroy Logan (interpretato da un solido John Boyega), brillante cervello meritevole di un PhD in microbiologia, cambia radicalmente quando il giovane sceglie di intraprendere la carriera di poliziotto metropolitano, il classico cop. E questo perché vuole cambiare il sistema dal di dentro, essendo all’epoca forse l’unico poliziotto nero di Londra. Vessazioni, mobbing, umiliazioni di ogni tipo sono all’ordine delle sue giornate, ma forte di un padre a suo modo un resistente, non si arrende.

Ecco tornare dunque la resistenza come valore anche artistico, laddove arte e politica nel Steve McQueen-pensiero sono una cosa sola. “Non c’è dubbio che il #BlackLivesMatter stia aiutando l’eterna battaglia contro il razzismo, che vi assicuro non è mai tramontato come piaga – spiega McQueen – ma una mano la sta dando paradossalmente anche la pandemia, perché proprio mentre eravamo chiusi in casa a pensare alla nostra fragilità umana, ecco che i poliziotti americani uccidono per soffocamento George Floyd e la sua tragica morte viene vista su scala mondiale da chiunque, sconvolgendo gli animi: siamo sicuri avrebbe avuto lo stesso impatto se non ci fosse stato il Covid?”. Una domanda provocatoria come da sempre McQueen è abituato a fare col suo cinema e la sua arte, a cui fa seguito una riflessione non meno importante: “Sono certo che quella morte disperata abbia tirato fuori la rabbia sopita di molti, e non solo di noi blacks”.

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