Lo strappo con Federmeccanica, allineata alle posizioni del presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Il 2021 alle porte con la fine del blocco dei licenziamenti e la fusione tra Fca e Psa con lo Stato francese che giocherà un ruolo e ha già assicurato sui livelli occupazionali, “invece noi stiamo a guardare quello che deciderà Fca e rischiamo di essere l’anello debole del matrimonio”. Oltre alla vertenza Ilva ancora in ballo dopo otto anni ‘pagati’ a caro prezzo dagli operai. E un minimo comun denominatore: “Vogliamo pari dignità ai tavoli”, dice con forza la segretaria generale della Fiom-Cgil Francesca Re David. E avvisa: “Ci batteremo con tutte le nostre forze se non verrà prorogato lo stop ai licenziamenti”.

Lo chiede Confindustria a gran voce e anche alcuni ministri lo hanno definito “impensabile” oltre la fine del 2020. Siete sorpresi?
Immaginare che l’unico provvedimento per cui non valga più lo stato di emergenza è il blocco dei licenziamenti è irresponsabile. Permetterlo è impensabile dopo che migliaia di lavoratori sono stati considerati essenziali durante il lockdown e hanno garantito la tenuta del Paese. È un pensiero distruttivo. Che il ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli sostenga l’idea vuol dire che forse ha in tasca la risoluzione di tutte le crisi industriali già aperte e sa come dare lavoro alle persone. In alternativa disegna un Paese in cui aumentano le disuguaglianze e in cui le persone non avranno il reddito per far ripartire il mercato interno. Come può pensare a uno sviluppo economico con i licenziamenti in corso? Ci batteremo con tutte le nostre forze. Si pensi piuttosto ad ammortizzatori sociali per incentivare la riduzione dell’orario del lavoro e la formazione per redistribuire il lavoro che, anche di fronte all’innovazione tecnologica, ha bisogno di interventi di questo tipo.

Intanto siete arrivati allo strappo con Federmeccanica. Dopo un anno di discussione, il braccio di ferro è solo agli inizi.
Chiediamo che si apra una vera trattativa, il tavolo è aperto dal 5 novembre dello scorso anno. Già da quel momento Federmeccanica ha lasciato intendere che non intendeva negoziare davvero. Siamo stati a un passo dallo sciopero, poi sono arrivati il coronavirus e il lockdown. La loro posizione è insostenibile, inaccettabile e va cambiata: non si può dire “zero euro” per i metalmeccanici, perché il contratto non dura sei mesi ma minimo tre anni. E i metalmeccanici, come tutti i lavoratori dell’industria, hanno salari bassi. Non hanno rispettato neanche una virgola del contratto firmato nel 2016 quando abbiamo fatto una scommessa e una sperimentazione (rinuncia agli aumenti salariali, ma welfare integrativo e formazione, ndr). Si mettano in testa che vogliamo difendere salute, occupazione e salari.

Il 5 sarete in piazza per il contratto. Cosa ha pensato quando il presidente di Confindustria ha detto che non è il tempo degli scioperi?
È il tempo in cui le imprese fanno come pare a loro e i lavoratori devono sottostare a un ricatto continuo. Dal 2007 a oggi questa strategia ha portato a perdere il 25% della capacità produttiva installata e posti di lavoro, mentre le imprese si sono arricchite in Borsa. In questi anni siamo stati noi a difendere le fabbriche, da Whirlpool a Embraco fino a Bekaert, che le imprese volevano chiudere per andare a guadagnare di più all’estero. L’idea che l’azienda sia al centro e tutto il resto sia una funzione dell’impresa non porta da nessuna parte. Vogliamo pari dignità ai tavoli, altrimenti non c’è contratto né trattativa. Pensare che ci siano dei momenti in cui non bisogna scioperare ci dice che non esiste più contrattazione, ma il comando dell’impresa. Servono politiche industriali e sociali diverse, vogliamo un’impresa che concorra sulla qualità e non sui costi.

Anche Federacciai è contraria alla strategia di una partecipazione pubblica dentro Ilva, un’idea che non sembra dispiacervi dopo 8 anni di vertenza.
Senza un ruolo dello Stato l’Ilva non ha possibilità di mettersi in piedi. L’idea che lo Stato metta i soldi e un privato decida come spenderli esiste solo in questo Paese. Altrove, dalla Francia alla Germania, lo Stato ha un ruolo fondamentale negli asset delle imprese. Guardate Psa: andiamo incontro a una fusione in cui la Francia ha già deciso che non ci sarà un posto di lavoro in meno. Noi stiamo a guardare quello che deciderà Fca. Sia chiaro che non vogliamo una statalizzazione, ma un ruolo dello Stato quando ci sono risorse pubbliche in ballo. I privati hanno dato cattivi esempi in questi anni.

Il 2021 sarà l’anno della fusione Psa-Fca. Vi preoccupa che una delle prime mosse sia stata la produzione dell’erede della Punto in Polonia?
Ci preoccupa anche molto altro. Arriviamo alla fusione con la metà della capacità produttiva installata: cioè si producono metà delle macchine che potremmo fabbricare e abbiamo il 50% degli occupati potenziali. Adesso siamo in una fase di rilancio dovuto a politiche incentivi, ma se le nozze si celebrano pensando di salvaguardare l’esistente, stiamo mettendo in sicurezza la metà del possibile. Se lo Stato non ha un ruolo – e invece Francia e Usa sì, come abbiamo già visto – rischiamo di essere l’anello debole della fusione. L’auto è un asse strategico e lo Stato italiano ha dato un sacco di soldi al comparto, quindi servono un ruolo e un progetto per la sua filiera, visto che tra l’altro siamo i fornitori di mezzo mondo. Questa è una ricchezza enorme che non possiamo permetterci di perdere.

Twitter: @andtundo

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