A circa un mese dall’inizio delle lezioni, i provvedimenti presi dai dirigenti scolastici, sulla base delle indicazioni del ministero e del Comitato tecnico scientifico, sembrano dare i primi risultati. Il primo bilancio è tutto sommato positivo. Nell’Italia della bulimia di Leggi, il ritorno a scuola è stato caratterizzato da una babele di norme che ogni dirigente scolastico ha deciso per garantire la sicurezza dei suoi alunni ed insegnanti. C’è chi non vuole che i bambini tocchino anche una sola penna caduta a terra; chi ha pensato di mettere i giubbini in un sacco; chi non fa usare agli studenti il gessetto e chi non si sposta dalla cattedra per mantenere i due metri di distanza nemmeno in caso di emergenza. Si tratta di casi, non stiamo parlando della maggioranza delle scuole. Sono eccezioni che dimostrano comunque la varietà di comportamenti messi in atto per combattere il contagio. Qualche dirigente ha scritto nero su bianco un regolamento anti Covid, altri non l’hanno fatto.

In una scuola dell’infanzia di Bergamo è stato previsto il cambio degli indumenti o del grembiule ogni giorno: una spesa per le famiglie che sono dovute correre al negozio a comprare il materiale necessario. In una secondaria di primo grado in provincia di Ancona i gessetti non possono essere usati se non dalla professoressa per evitare il contagio. L’alternativa data agli studenti è che ognuno si porti il suo da casa. Non solo. Ogni volta che un alunno va in bagno la docente deve segnare il suo nome sul registro con l’orario per evidenziare eventuali contatti (se si incrocia con uno di altre classi). Anche per le verifiche c’è una procedura complessa: i professori possono usare la fotocopiatrice disinfettando bene le mani prima e dopo. Distribuiscono i fogli in classe sempre con doppia disinfezione e mascherina. Gli alunni devono disinfettarsi quando prendono il foglio e quando lo riconsegnano. Uno alla volta a fine verifica portano il foglio in cattedra. La prof li raccoglie in una cartella e li fa “decantare” per due giorni nel proprio armadietto. Poi li recupera, lì corregge (sempre con le varie disinfezioni) e li rimette di nuovo a decantare per due giorni prima di consegnarli alla classe.

Le indicazioni a volte si contraddicono: in una scuola secondaria di primo grado della provincia di Treviso ma anche a Bruino è stato chiesto alle famiglie di togliere tutte le copertine di plastica dei libri perché sulla plastica il virus sopravvive per più giorni. In molte altre scuole come a Mantova o ad Angera chiedono invece le copertine di plastica perché è più facile sanificarle. Qualcuno è andato giù duro. “Il comportamento indisciplinato ancorché lesivo dell’incolumità altrui potrà portare all’esclusione dallo scrutinio finale e alla ripetizione dell’anno scolastico”. È quanto riportato nel regolamento interno anti-Covid dell’istituto comprensivo Montalcini di Alzano Lombardo. Il documento, firmato dal dirigente scolastico Massimiliano Martin, è composto da cinque pagine fitte di indicazioni, prescrizioni e divieti. In totale 19 punti, tra i quali anche quello relativo alla sanzioni disciplinari previste in caso di violazione da parte degli alunni. Sanzioni che denotano la volontà di non fare sconti da parte della dirigenza scolastica.

C’è anche chi ha pensato ai bidelli: “Non attaccare chewing gum sotto i banchi a tutela della salute del personale Ata” si legge nel protocollo di un istituto superiore della provincia di Monza Brianza. Ma non è finita: in alcuni istituti in cui è stato messo nero su bianco il divieto di prestito biblioteca è vietato anche dare i libri in classe ai bambini. La maestra può leggere i testi toccandoli solo con i guanti e non deve passarli agli alunni in alcun modo. E poi c’è Francesca, mamma di un bambino che frequenta la scuola di una provincia di Verona che ci racconta i danni delle regole interpretate alla lettera: “Stamattina a mio figlio, vuoi per il caldo o la mascherina sempre infilata, gli è uscito sangue da naso; la maestra non gli ha allungato neanche un fazzoletto per aiutarlo perché non poteva”.

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