I loro cartelli sull’assenza di un pianeta B sono rimbalzati dalla piazza alla tv e al web, mentre le loro accorate richieste di tagliare le emissioni hanno cominciato a convincere una parte di opinione pubblica e gli amministratori politici più lungimiranti. E tuttavia di loro, i Fridays for future, nati sulla scia di Greta Thunberg e oggi nuovamente in piazza per il Climate Strike nazionale, non si sa moltissimo. Soprattutto, nessuno finora aveva analizzato dal punto di vista sociologico questo movimento giovane eppure già robusto. A colmare la lacuna arriva un interessante libro del giornalista Gianfranco Mascia, Come osate. La parola ai Fridays for future Italia (edito da Vallardi), dove le interviste ai protagonisti si affiancano all’analisi del movimento. Movimento che, come ricorda nel libro lo scienziato e divulgatore Mario Tozzi, è “l’unico nella storia ad aver messo al centro delle sue lotte il lavoro degli scienziati”. Non solo. Per la prima volta, come nota a sua volta il vicerettore dell’Università di Torino Alberto Rainoldi, ci troviamo a generazioni “più sagge di quelle precedenti” e capaci di funzionare “come un sistema complesso”, riuscendo così a moltiplicare il loro effetto in modo incredibile, nonostante il disprezzo dei politici. Un disprezzo acuito, secondo Mascia, dal fatto che tante attiviste sono giovani donne, “e a nessun uomo, soprattutto di potere, fa piacere sentirsi dare del fallito da giovani, a maggior ragione se donne”.

No alla comunicazione urlata, meglio il dialogo – Scorrendo le interviste contenute nel volume, non si ha mai la sensazione di giovani che ripetano slogan o frasi di rito. Colpisce, invece, la calma lucidità delle analisi. Parlando della posizione di Beppe Sala, Miriam Martinelli, 17 anni – secondo cui la crisi climatica colpirà tutti “senza distinzione di censo” – nota la contraddizione tra la firma della dichiarazione di emergenza climatica e il conflitto “con altri progetti per la città”, così come il fatto che quella posizione “non sia stata comunicata in modo efficace ai cittadini”. Carolina Minisini, di Udine, fa una similitudine tra lo “zero waste” e la cultura dei nostri anziani: “Mia nonna appendeva il sacchetto per il pane al cancello, mai usato un sacchetto di plastica”.

Ma cosa pensano questi ragazzi di Greta? Ovviamente, ogni bene possibile, come testimonia Riccardo Nanni, di Roma: “Greta ha anteposto una causa alla sua vita, ha perso la sua infanzia. Ecco, questa è una cosa che farei notare agli adulti: ci hanno costretti a crescere e prendere coscienza di questo senso di ingiustizia prematuramente”. Molti attivisti, infatti, soffrono di ecoansia, alla quale cercano di rispondere con l’azione: “La sofferenza si allevia con l’attivismo: è un antidoto, io prima passavo le giornate a deprimermi o informarmi, oggi ho un’alternativa”, dice Marianna Bertotti di Pavia.

A differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, inoltre, quasi tutti gli intervistati difendono un modello di comunicazione non urlata: “Credo sia poco efficace protestare contro il capitalismo in generale o contro qualsiasi cosa senza una proposta alternativa”, dice Filippo Sotgiu di Olbia, a cui fa eco sempre Marianna Bertotti: “Bisogna adattare l’approccio al livello di conoscenza delle persone: a un agricoltore farei notare i problemi nel suo campo, a un cristiano parlerei di rapporto con la natura che sta cambiando”. Anche Sarah Brizzolara, di Milano, preferisce “un linguaggio positivo e pacato, anche per attirare le famiglie, invece che termini affini alla narrazione di guerra”. Tutti comunque concordano nel fatto che oggi, con gli smartphone, basti davvero “mezza giornata per formare una coscienza critica”.

Fare figli? Sì, perché ci vuole (un po’) di speranza – Quando viene chiesto loro cosa vogliono fare da adulti, le risposte sono emblematiche di un radicale cambio di interessi rispetto alle generazioni precedenti: “Mi immagino ad operare nel settore dell’agricoltura rigenerativa, utilissima per recuperare aree non più fertili”, dice ad esempio Miriam Martinelli. Ed è visibile, in loro, anche un mescolamento dei tradizionali ruoli di genere anche perché, come sostiene Elena Pammelato, “l’uomo che si prende cura della natura non è effemminato, basta con gli stereotipi”.

Infine, che i Fridays for future, nonostante le loro richieste radicali e il loro pessimismo sul futuro, siano una generazione che, comunque, vuole provare a sperare, lo si vede alla domanda sul desiderio di maternità o paternità. Altro che birth strike, questi ragazzi vorrebbero, al di là dei forti timori, mettere al mondo dei figli. “Mi piacerebbe tantissimo, vorrei essere un genitore, l’ho sempre sognato, anche se ho paura che i miei figli possano soffrire”, rivela Luca Sardo, di Torino. “Probabilmente sono entrata nei Fridays per dare ai miei figli un futuro. O magari farò tutto questo per i figli di qualcun altro, mi fa piacere ugualmente”, aggiunge Carmen Avoledo. E forse, in definitiva, è proprio questo l’elemento caratterizzante di questo movimento: l’essere realmente incapaci di concepirsi da soli, la convinzione che solo l’agire collettivo è agire reale. Una generazione che dunque, sociologicamente parlando, testimonia “il passaggio dall’individuo consumatore, preda delle imprese che studiano i suoi comportamenti per meglio affinare le loro strategie di marketing, all’individuo comunitario”, conclude Gianfranco Mascia.

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