Quando, nel 2018, Donald Trump si trovò a dover scegliere un giudice per sostituire Anthony Kennedy, l’ipotesi di Amy Coney Barrett venne considerata e poi scartata. “Questa me la tengo per Ruth Bader Ginsburg, disse Trump. Due anni dopo, la profezia si realizza. Sarà proprio questa giudice federale di Chicago, 48 anni, cattolica, conservatrice, decisamente anti-aborto, a prendere il posto di Ginsburg alla Corte Suprema. Realizzando così quello che nessun conservatore, nemmeno il più ottimista, avrebbe mai potuto immaginare. E cioé rimpiazzare l’icona della cultura progressista americana con una giudice fieramente di destra.

La designazione – Anzitutto vale la pena di soffermarsi sul percorso che la candidatura di Coney Barrett, a questo punto, deve affrontare. Un giudice della Corte Suprema è nominato (a vita) dal presidente, ma deve essere confermato. Al Senato, in questo momento, i repubblicani hanno i numeri per far passare Barrett. Dopo il via libera dei senatori che parevano più incerti – Chuck Grassley, Cory Gardner, Mitt Romney – sono rimaste solo due le senatrici repubblicane a pensare che sarebbe meglio designare la giudice dopo le elezioni di novembre: Susan Collins e Lisa Murksowski. Ma il loro giudizio, per l’appunto, non scalfisce la maggioranza di 51 voti che i repubblicani a questo punto detengono. Del resto nessun repubblicano, neppure il più moderato, neppure il più distante politicamente da Trump (come appunto Mitt Romney), se la sente di lasciarsi sfuggire un’occasione storica: consegnare la Corte Suprema a una maggioranza solidamente conservatrice, probabilmente per oltre una generazione.

Le contraddizioni dei repubblicani – Il problema per i repubblicani, soprattutto per il leader Mitch McConnell, è con che tempi far passare Coney Barrett. Da qui al voto del 3 novembre, ci sono circa 25 giorni di lavoro per il Senato. Dagli anni Settanta, in media, ci vogliono 70 giorni per approvare la nomina di un giudice. Anche accelerando militarmente i tempi, McConnell difficilmente riuscirà a far passare la nomina. Il leader repubblicano – che si presenta per una difficile rielezione nel suo Stato, il Kentucky – è del resto già nell’occhio del ciclone per la sua gestione della vicenda. Nel 2018 aveva bloccato la nomina di Barack Obama alla Corte Suprema (il giudice Merrick Garland al posto del defunto Antonin Scalia), adducendo il fatto che ci si trovava in un anno elettorale e che era doveroso aspettare il nuovo presidente. Obama cercò di nominare Garland nove mesi prima delle elezioni. Trump nomina Barrett a poco più di un mese dal voto. Travolto da accuse di ipocrisia, McConnell si è giustificato spiegando che allora presidente e Senato erano di due partiti diversi, mentre ora il partito che li controlla è unico. La giustificazione appare per quello che è – un arrampicarsi sui vetri – e ha scatenato contro McConnell i democratici del Kentucky, che stanno raccogliendo forze e finanziamenti per scalzare l’anziano senatore dal suo seggio.

La corsa contro il tempo – Confermare Coney Barrett prima del 3 novembre, comprimendo il più possibile i tempi del dibattito, appare allora un’inutile forzatura. Di qui l’idea balenata in testa a McConnell e ad altri repubblicani. Spostare il voto di conferma al Senato nella cosiddetta lame duck session, il periodo che va dal voto del 3 novembre alla riunione del nuovo Congresso, che sarà il 3 gennaio. L’ipotesi ha un possibile elemento positivo per i repubblicani, ma anche qualche inconveniente. Il primo è aumentare l’affluenza alle urne dei conservatori, facendo del voto una sorta di referendum sul futuro della Corte Suprema. Le obiezioni a questa ipotesi sono soprattutto due. La prima è tecnica. In Arizona si svolgerà un’elezione speciale e il vincitore entrerà al Senato prima del 30 novembre. Se il candidato democratico, Mark Kelly, dovesse farcela contro la repubblicana Martha McSally, ora in carica, i repubblicani perderebbero un voto importante per confermare la giudice di Trump. L’altra obiezione è di carattere più politico. Trump potrebbe perdere, il 3 novembre, e un Senato in via di scadenza si troverebbe a confermare la nomina di un presidente sconfitto. Non proprio il massimo, da un punto di vista politico e istituzionale.

Cosa possono fare i democratici – Poco, al momento. Al Senato non hanno i numeri per bloccare e nemmeno ritardare il voto di conferma (l’ostruzionismo è stato cancellato per le nomine alla Corte). La battaglia su Coney Barrett diventa allora per il partito soprattutto politica: un modo per infiammare i propri sostenitori, per portarli alle urne sventolando la minaccia di una pesante svolta a destra nel caso Trump fosse rieletto. La scommessa sembra già avere i primi effetti. Nelle 24 ore successive alla morte di Ginsburg, il partito ha raccolto oltre 71 milioni in donazioni. Verranno usati per i candidati alle elezioni e per travolgere di spot anti-Barrett le tv americane. Opponendosi a Barrett, i democratici sperano anche di raccogliere qualche consenso in più a novembre. Un sondaggio Washington Post/ABC News mostra che il 57 per cento degli americani vorrebbe rimandare a dopo il 3 novembre la scelta del giudice.

Chi è Amy Coney Barrett – Ha 48 anni, è nata a New Orleans e studiato alla Law School di Notre Dame (nel caso fosse confermata, sarebbe l’unico giudice della Corte a non venire da Harvard o Yale). È sposata con Jesse Barrett, anche lui ex giudice, e ha sette figli (di cui due adottati a Haiti e uno con sindrome di Down). È stata assistente di Antonin Scalia alla Corte Suprema, e come Scalia anche Barrett è una seguace dell’originalism. Crede cioè che la Costituzione debba essere interpretata secondo lo spirito del tempo in cui fu redatta, senza alcun adeguamento alla contemporaneità. Barrett è una cattolica devota. Insieme al marito fa parte di “People of Praise”, un gruppo cristiano e cattolico piccolo e oscuro (meno di duemila membri in tutti gli Stati Uniti), emerso dal cattolicesimo carismatico degli anni Settanta e che crede nelle profezie e nell’estasi religiosa. “People of Praise” non ammette le donne nelle sue posizioni apicali e crede che l’uomo sia la guida della famiglia. Il gruppo è finito nell’occhio del ciclone qualche tempo fa perché definiva le proprie adepte “Handmaid”, ancelle, definizione poi cancellata perché troppo risonante con Il racconto dell’ancella, il romanzo distopico di Margaret Atwood dove si immagina un’America governata da una teocrazia, in cui alle donne sono riconosciuti solo i compiti riproduttivi.

Da un punto di vista giudiziario, Barrett è tutto ciò che ogni conservatore e religioso americano può desiderare. Nei quasi tre anni di lavoro alla Corte di Appello di Chicago, dove proprio Trump l’ha nominata, ha costantemente votato in senso conservatore su diverse questioni, dall’immigrazione al possesso di un’arma. Ha criticato il presidente della Corte, John Roberts, quando questi col suo voto ha salvato l’Affordable Care Act, la riforma sanitaria di Barack Obama. Ha criticato l’amministrazione Obama per la scelta di fornire accesso ai metodi contraccettivi per le dipendenti delle istituzioni religiose e detto che il matrimonio resta quello tra un uomo e una donna. Quanto al tema più caldo, quello dell’aborto, non sembrano esserci molti dubbi sulle sue idee. Da professore di legge, Barrett fece parte di un gruppo anti-abortista, “Faculty For Life”, e scrisse diversi pareri legali in cui diceva di non riconoscere la Roe v. Wade – la sentenza della Corte Suprema che nel 1973 legalizzava l’aborto – come un precedente definito per sempre.

L’entusiasmo con cui il mondo conservatore ha accolto la sua nomina sembra quindi giustificato. Coney Barrett potrebbe essere il voto decisivo per cancellare Roe v. Wade. Lei peraltro in più di un’occasione ha spiegato di ritenere il suo lavoro legale come un modo per “affermare il regno di Dio”. Ai laureati di Notre Dame University disse, nel 2006, che “lo scopo fondamentale della vita non è essere un avvocato, ma conoscere, servire e amare Dio. Solo così potrete essere un tipo diverso di avvocato”.

Il presidente – Infine, Donald Trump, che su questa battaglia sta impostando buona parte delle sue speranze di rielezione. Per Trump c’è, nella nomina di Coney Barrett, un obiettivo di breve e uno di lungo termine. L’obiettivo di breve termine riguarda ovviamente le elezioni. Tormentato dall’emergenza sanitaria e dalla crisi economica, rincorso da sondaggi decisamente negativi, Trump spera di fare della nomina di Barrett l’occasione di rilancio. La giudice è una cattolica devota e praticante, può servire per strappare a Joe Biden (altro cattolico) una parte di questo voto, significativo in alcuni Stati e per almeno un gruppo etnico, quello ispanico. La nomina di Barrett serve però a Trump, più in generale, per mobilitare il voto conservatore. Oltre la metà di chi votò per lui nel 2016 metteva la nomina di un giudice della Corte in cima alle proprie priorità. Con la nomina di Barrett, Trump si fa ancora alfiere di religiosi e conservatori, li premia per la loro fedeltà e, ovviamente, li richiama potentemente alle urne.

C’è poi una questione di più lungo periodo che questa presidenza incarna. Per un caso della storia, Trump si è trovato a nominare tre giudici della Corte in un solo mandato. Nessun presidente, prima di lui, ha fatto tanto. Obama ha nominato due giudici in due mandati Sonia Sotomayor e Elena Kagan. George W. Bush altri due giudici, sempre in otto anni: John Roberts e Samuel Alito. Lo stesso vale per Bill Clinton: Ginsburg e Stephen Breyer. George H.W. Bush ne nominò due in quattro anni, David Souter e Clarence Thomas, e Ronald Reagan tre, ma in otto anni: Sandra Day O’Connor, Antonin Scalia e Anthony Kennedy.

Quello che fa Trump è dunque qualcosa di eccezionale, cui deve aggiungersi un altro record poche volte realizzato nella storia americana: gli oltre 200 giudici federali nominati in questi quattro anni. L’attuale presidente ha quindi impresso un’orma forte sull’intero mondo giudiziario americano; e questo, va ricordato, essendo un presidente di minoranza. Alle elezioni del 2016, Trump prese quasi tre milioni di voti in meno rispetto a Hillary Clinton – e alle elezioni del 2018, i democratici hanno conquistato 22 dei 35 seggi del Senato, raccogliendo 17 milioni di voti più dei repubblicani.

Quello cui stiamo assistendo in questi giorni è quindi un incredibile intreccio di destini personali. Storia, caso, leggi elettorali, ambizioni individuali. Il presidente, e il partito, che non hanno la maggioranza nella società americana hanno la possibilità di ridisegnare la mappa politica, sociale, culturale dell’America dei prossimi decenni. Nel caso Coney Barrett fosse confermata, i conservatori avranno una maggioranza di sei giudici contro tre alla Corte, e potranno deliberare liberamente su tutta una serie di questioni vitali per il futuro del Paese: diritti riproduttivi, lavoro, ambiente, armi, diritti sindacali. Non è dunque così importante che Donald Trump riesca a vincere o meno il prossimo 3 novembre. Il presidente, la sua cultura, sono destinati a restare a lungo nel cuore dell’America.

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