Una nuova marcia verso l’economia circolare, tra conquiste e perplessità. Sono diverse le novità introdotte da alcuni decreti pubblicati sulla Gazzetta ufficiale nei giorni scorsi e con cui l’Italia ha recepito tre delle quattro direttive europee del ‘Pacchetto Economia circolare’, approvate a maggio 2018. Si va dalla responsabilità estesa del produttore nella gestione della fase post-consumo – dovrà coprire almeno l’80% dei costi complessivi – al Programma nazionale di gestione dei rifiuti, che potrebbe aprire le porte alla realizzazione di nuovi impianti. E su cui sono puntati gli occhi delle associazioni ambientaliste, ma anche di Fise Assoambiente che venerdì ha presentato uno studio nel quale si stima servano investimenti per dieci miliardi di euro (nei prossimi 15 anni) in impianti di riciclo, recupero e smaltimento.

IL RUOLO DELL’ITALIA – “Il pacchetto di direttive europee approvato due anni e mezzo fa rappresenta una rivoluzione per l’economia circolare europea”, spiega a ilfattoquotidiano.it il presidente di Legambiente Stefano Ciafani secondo cui in Italia “si poteva fare qualcosa di più, tenuto conto che in determinate aree del nostro Paese alcuni degli obiettivi di cui si discuteva, come quelli del riciclo da raccolta differenziata, erano già stati raggiunti”. Per Ciafani, l’Italia ha sì giocato un ruolo di primo piano, ma le bozze scritte dai gruppi di lavoro istituiti al ministero dell’Ambiente “ad un certo punto sono state messe da parte”. Il risultato? “Una traduzione quasi letterale della direttiva europea. Di nostro c’è davvero poco” spiega a ilfattoquotidiano.it Enzo Favoino, della Scuola Agraria del Parco di Monza e coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, che pure aveva partecipato ai gruppi di lavoro.

NUOVI TARGET E TRACCIABILITÀ – Il 26 settembre è entrato in vigore il decreto legislativo 116 con il quale si dà attuazione alle direttive 851 e 852 sui rifiuti e sugli imballaggi e rifiuti di imballaggio, introducendo alcune significative modifiche al Testo unico ambientale del 2006. Cambia la definizione di rifiuto urbano, che include anche rifiuti indifferenziati e da raccolta differenziata provenienti da altre fonti e che sono simili per natura e composizione a quelli domestici. Dal 2023 sarà obbligatoria la raccolta differenziata dei rifiuti organici. Il riciclo dei rifiuti urbani dovrà raggiungere la quota del 55% entro il 2025, del 60% entro il 2030 e del 65% nel 2035, mentre il tasso di riciclo dei rifiuti da imballaggio dovrà arrivare al 65% entro il 2025 e al 70% entro il 2030, con obiettivi differenziati per i singoli materiali. Il decreto prevede, inoltre, la riduzione del conferimento dei rifiuti in discarica, che nel 2035 dovrà scendere sotto il 10%. Viene inoltre riscritta la disciplina della tracciabilità dei rifiuti, spianando la strada al nuovo Registro elettronico nazionale, che prenderà il posto del Sistri, abolito nel 2018.

LA RESPONSABILITÀ ESTESA DEL PRODUTTORE – Rispetto al passato, una delle novità più significative è l’istituzione obbligatoria di regimi di Responsabilità estesa dei produttori di beni di consumo (Epr). Vi rientrerà qualsiasi persona fisica o giuridica che professionalmente sviluppi, fabbrichi, trasformi, tratti, venda o importi prodotti. Il decreto semplifica le procedure per l’istituzione dei nuovi sistemi Epr, anche su istanza di parte, attraverso uno o più decreti dei ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico. Sono previsti i requisiti minimi nazionali, tra cui definizione di ruoli e responsabilità degli attori coinvolti, gerarchia dei rifiuti e gestione, comunicazione e informazione, adempimento degli oneri amministrativi, mezzi finanziari e autosorveglianza. Di fatto, i regimi Epr adottati finora da altri Paesi hanno sì contribuito a migliorare la gestione dei rifiuti, ma la Commissione Ue ha sottolineato una scarsa capacità di incidere sulla progettazione dei prodotti secondo la logica circolare. L’obiettivo, dunque, è contribuire alla transizione verso l’impiego di prodotti realizzati a partire da materiali riciclati, durevoli, multiuso, riparabili e, a loro volta, riciclabili.

I COSTI PER I PRODUTTORI – I produttori dovranno versare un contributo finanziario per coprire una serie di costi, come quelli della raccolta differenziata e del relativo trasporto. Per i rifiuti da imballaggio, i consorzi afferenti al Conai saranno obbligati a coprire il 100% dei ‘costi efficienti’ di gestione (l’80% in deroga) entro il 2024. Il principio della copertura finanziaria può essere derogato, previa autorizzazione del ministero dell’Ambiente, “in caso vi sia la necessità di garantire la corretta gestione dei rifiuti e la sostenibilità economica del regime Epr”, ma i produttori devono sostenere almeno l’80% dei costi (50% nel caso di regimi istituiti prima del 4 luglio 2018). Per l’Italia un cambio netto, visto che il contributo versato dalle imprese in Italia per i costi di gestione dei propri rifiuti di imballaggi è stato storicamente tra i più bassi d’Europa, almeno fino al 1 gennaio 2018, anno di introduzione del nuovo sistema di diversificazione contributiva da parte di Conai.

IL PROGRAMMA DI GESTIONE DEI RIFIUTI – Il decreto 116 prevede anche l’adozione di un Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti per la promozione di modelli di produzione e consumo sostenibili. Capitolo a parte merita il Programma di gestione dei rifiuti, che il Ministero dell’Ambiente dovrà definire con il supporto tecnico di Ispra. “Il programma, tra l’altro non previsto dalle direttive – spiega Enzo Favoino – mi preoccupa, perché temo possa svuotare la capacità di programmazione strategica delle Regioni, dettando la direzione a suon di tabelle e togliendo agli enti anche la possibilità di raggiungere obiettivi più ambiziosi”. Un tema strettamente legato al dibattito sulla realizzazione di nuovi impianti. Di fatto, il programma (che verrà sottoposto a verifica Vas) “fissa i macro obiettivi – si legge nel decreto – definisce i criteri e le linee strategiche cui le Regioni e Province autonome si attengono nella elaborazione dei Piani regionali di gestione dei rifiuti”. Tra le altre cose, contiene “la ricognizione impiantistica nazionale, per tipologia di impianti e per regione” e “l’indicazione dei criteri generali per l’individuazione di macroaree, definite tramite accordi tra Regioni” che consentano la razionalizzazione degli impianti.

UN RITORNO ALLO SBLOCCA ITALIA? – “Quello del deficit impiantistico in un parte del Paese è un tema rilevante – spiega il presidente di Legambiente Ciafani – ma bisogna capire quali sono gli impianti che servono effettivamente. Perché se il decreto apre la strada a discariche e inceneritori, si rischia di tornare alla guerra scatenata dalla centralizzazione prevista dall’articolo 35 dello Sblocca Italia che, fortunatamente, ha prodotto zero impianti”. Ma che, sulla carta, apriva la strada a nuovi inceneritori al Centro e al Sud Italia, prevedendo l’autorizzazione di 12 nuovi impianti (poi 8) di recupero energetico da rifiuti in dieci regioni. “Il programma, invece, può essere utile – aggiunge Ciafani – se mette nero su bianco la necessità di realizzare, al Centro e nel Meridione, altri impianti per trattare l’organico differenziato, o di colmare il deficit (di tutto il Paese) che riguarda fanghi di depurazione o rifiuti di attività agroindustriali o, ancora, di fare impianti che producono compost e biometano”.

IL NODO DEGLI IMPIANTI – E proprio venerdì, a Milano, è stato presentato uno studio, realizzato per Fise Assoambiente dal Laboratorio Ref Ricerche, secondo cui “servono 10 miliardi di euro di investimenti in 15 anni per raggiungere gli obiettivi della Circular economy” e, per farlo, spiega in effetti l’associazione, “sarà necessario cogliere le opportunità irripetibili che arrivano da Recovery Fund e Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti”. Il dossier evidenzia come “poco o nulla sia stato fatto negli ultimi 18 mesi”, sia sul fronte della carenza impiantistica, sia per migliorare il quadro di regole per il settore, “in forte ritardo anche sui decreti End of Waste”. Per Fise Assoambiente i dati sono chiari e dicono che negli ultimi 18 mesi è aumentata la produzione di rifiuti: +2% (+590mila tonnellate) di rifiuti urbani rispetto al 2018, +3,3% (+4,6 milioni di tonnellate) di rifiuti speciali, mentre sono diminuiti gli impianti di gestione (-396 impianti totali per gli speciali) e sono aumentati i deficit regionali, l’export di rifiuti e i costi di smaltimento (+ 40%).

L’aumento della produzione dei rifiuti, però, è legato anche a quanto poco si è fatto finora nelle varie fasi del sistema di economia circolare, dalla progettazione, al consumo. Non è invece dovuto all’emergenza Covid-19, nel corso della quale, come sottolineato anche nella relazione della Commissione Ecomafie, anche il sistema impiantistico ha tenuto. Il presidente di Fise Assoambiente sottolinea, invece, i dati dello studio: “Evidenziano come in Italia servano impianti di recupero (di materia e di energia), a partire dagli oltre 40 in grado di trattare la frazione organica, per finire con termovalorizzatori che possano gestire rifiuti urbani e speciali non riciclati”. È evidente, dunque, che sul Programma Nazionale per la gestione dei rifiuti si prevede un dibattito molto acceso.

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