Non si può resuscitare Maria Paola Gaglione, la vittima del delitto con movente transfobico di Caivano. In questa tragica vicenda la transfobia e il maschilismo – quello del ‘decido io fratello maschio quale è il bene di mia sorella femmina’ – hanno giocato un ruolo fondamentale. Ma c’è una luce, una possibilità non solo di giustizia, ma anche di risarcimento, riscatto, ricostruzione.

Prima di scriverla vorrei prendermela un attimo con i vendicatori. E’ normale, ormai ci siamo abituati, che dopo ogni delitto, ma specialmente quando è più facile riconoscersi nella vittima, piovano sui social gli auspici di morte e strazio per il colpevole. A mio parere dovrebbe essere illegale e sanzionabile, ma ripeto, non sopravvalutiamo questa reazione primordiale. Meno accettabile è che personalità pubbliche, che hanno un ruolo nella politica o nell’opinione pubblica, dopo un delitto del genere enfatizzino solo la necessità di pene “esemplari” per il colpevole, opponendosi al tempo stesso, come Giorgia Meloni alla legge contro l’omotransfobia e a qualunque altra iniziativa per i diritti Lgbt.

La gara a chi la spara più grossa e severa sul destino del responsabile di questa morte non ha nulla a che fare con il superamento dell’omotransfobia. E viceversa il superamento dei pregiudizi e delle discriminazioni non viene aiutato dalla evocazione dell’ergastolo o della pena di morte. Fa specie leggere, anche da sponde ben lontane da quelle di Meloni, frasi come: “vedrete che adesso i ‘garantisti’ ci smeriglieranno le gonadi anche su queste vicenda, dimenticando che gente così è irredimibile, imperdonabile e non serve a niente. Se non a generare morte…” Cosa vuol dire che una persona “non serve a niente”?

Dicevo invece della luce che si è accesa alla fine di questa tragedia greca dove il fratello ha ucciso la sorella cercando di ucciderne il compagno. La luce la accendono le parole di Ciro, il sopravvissuto, il vedovo. “Posso dire che abbiamo vinto noi.” È l’intuizione politica e profetica di un ragazzo semplice e sconvolto, che ha colto un dato profondo: adesso la gente a Caivano sta dalla sua parte, non ha prevalso l’omertà, non ha prevalso la transfobia.

I politici, i pensatori, gli opinionisti, invece che invocare le pene più dure, compito che spetta per fortuna e non a caso alla magistratura, potrebbero pensare a cosa fare per dare qualche fondamento, qualche strumento, qualche spazio duraturi all’emozione e alla solidarietà che sono emerse attorno a Ciro. Ben lo sanno gli attivisti di Arcigay di Napoli che sono letteralmente volati ad essere suoi angeli custodi. Delle tre giovani vittime di questa tragica violenza due sono sopravvissute: Ciro in ospedale e ai microfoni delle tv, Michele in prigione a cercare un modo di alleggerire la sua posizione.

Nella società in cui vogliamo e possiamo vivere ci deve essere qualcuno che li aiuti a ritrovare senso, speranze, soddisfazioni. Per Ciro sarà meno difficile. Ma escludere che Michele possa pentirsi, crescere, capire, è contrario alle due fondamentali culture italiane (quella della Costituzione e quella cattolica) ed è anche antiscientifico. E’ più facile che cambi uno che si è cacciato in questa tragedia che un normale, prudente e turpiloquiante violento da tastiera.

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