Nel giorno della visita ai quartieri di Gemmayze e Mar Mikhail del presidente francese Emmanuel Macron, il conto delle vittime dell’esplosione nel porto di Beirut, in Libano, continua a salire. Alcuni feriti sono stati ricoverati nel tardo pomeriggio nel primo ospedale da campo della capitale, organizzato all’interno dello Stadio Nazionale Camille Chamoun: finanziata dalla Russia – che ha inviato anche dei medici – la struttura ha circa 150 posti letto. Secondo quanto riferito al Daily Star da Reda Al Moussawi, consulente del ministro della Salute Hamad Hassan, nei prossimi giorni ne apriranno altre cinque, con i fondi di Marocco, Iran, Giordania e Qatar.

Quelli scomparsi il 4 agosto sono gli shuhada, i martiri di “Beirutshima”, come è stata soprannominata la devastante detonazione avvenuta nell’hangar 12. Le vittime incarnate, quelle che i loro cari hanno accarezzato, nella speranza vana di un residuo di vita o nella disperata consapevolezza della sua assenza. Poi ci sono quelle che ancora non hanno testimoni: i martiri reclamati da parenti e amici, e che temporaneamente – nella martoriata memoria libanese – si vanno ad aggiungere ai circa 17mila desaparecidos svaniti – e in alcuni casi ancora reclamati – nel corso della guerra civile (1975-1990).

Scomparsi nell’inferno fumante del molo dei silos, o forse sepolti, risucchiati nel cratere di 150 metri che ha lasciato la detonazione, inghiottendo tonnellate di sabbia, terra e cemento. È lì, soprattutto, che proseguono le ricerche, e nel quasi adiacente quartiere industriale di Karantina: forse il più distrutto in assoluto, popolato dal sottoproletariato, da famiglie poverissime e numerose. Un’area che era già nota per essere una delle più inquinate della capitale, sede di un impianto per il deposito e trattamento dei rifiuti della Ramco.

“Saranno circa una trentina”, riferisce al Daily Star il colonnello Fadi Abou Eid. Si cerca, si scava e si spostano detriti nella modesta pretesa di trovare ancora corpi senza vita, perché forse è passato troppo tempo per augurarsi diversamente. Eppure c’è anche chi non si rassegna. I desaparecidos di Beirutshima sono soprattutto impiegati portuali o addetti ai trasporti. La famiglia di Joe Andoun – che si era sposato da poco – su Facebook riferisce che l’uomo aveva chiamato per circa una ventina di secondi da sotto le macerie. O meglio, mostra gli screenshot di una chiamata ricevuta dall’uomo alle 18.44, durata 43 secondi, nella quale l’audio sarebbe stato fortemente disturbato. L’esplosione è avvenuta attorno alle 18.10.

“Joe ha risposto al telefono, non è morto, condividete”, “un altro respiro Joe, abbi pazienza, Dio esiste”, si leggeva oggi sugli strazianti profili dei familiari. Si lamentano anche con le autorità, ree a loro avviso di aver promesso invano di localizzare il telefono del congiunto. Non perdono le speranze e nemmeno la rabbia contro le istituzioni anche i familiari di altri due colleghi di Joe Andoun, Ghassan Hasrouti e Joe Akiki.

Nella malconcia piazza dei martiri, nel centro di Beirut, ieri è andata in scena una protesta contenuta ma gradualmente sempre più partecipata, nei toni ancor più rabbiosa di quelle che montavano quotidianamente alla fine dello scorso anno. Un periodo che ormai a tanti, stravolti, libanesi sembra una vita fa, perché l’esplosione del 4 agosto viene percepita proprio come una sorta di zenit dell’esasperazione, la prova suprema di una classe politica inadeguata.

“Sto bene, ho solo delle ferite alla schiena che mi sono potuto curare in ospedale. Ma ho perso quattro amici e di uno di loro non abbiamo notizia, non possiamo nemmeno seppellirlo”, dice Osama mentre prende parte alla protesta. “Ora ho un solo obiettivo nella vita, mandarli tutti a casa“, conclude. “Il popolo vuole rovesciare il sistema”, intona la piccola folla, riprendendo ad usare un coro divenuto celebre durante le primavere arabe del 2011.

In serata i manifestanti marciano di nuovo – come facevano alcuni mesi fa – nella via che costeggia le adiacenti moschea Al Amin e Cattedrale di Saint George, sfociando su piazza Riad Al Sohl, sotto al Serraglio, la sede del governo. Alcuni tornano a rompere qualche vetrina e di lì a poco, al calar della sera, ne nasce un contatto con le forze armate – in strada per via dello stato d’emergenza dichiarato dopo l’esplosione – che utilizzano i lacrimogeni. L’emittente libanese Lbci afferma anche che alcuni agenti della polizia di guardia al vicino Parlamento hanno rilanciato verso i manifestanti le pietre che questi ultimi stavano scagliando in direzione dell’edificio.

Davanti alla moschea Al Amin sono stati organizzati degli stand per la distribuzione di pasti gratuiti e raccolte di fondi e medicinali. L’atmosfera è incredibilmente vivace, la testimonianza di una società resiliente. Non è scontato, se si considera che qualcuno, a piazza dei Martiri, ha già passato la scorsa notte. “La nostra casa a Karantina è molto danneggiata”, commenta sconsolato Ahmed, mentre tiene in braccio una bimba di due anni. “Stiamo aspettando che ci dicano se ci si potrà tornare, nel frattempo stiamo qui”, mi dice mentre indica la tenda da campeggio che si è fatto prestare, nella quale dorme anche con la moglie ed un figlio.

Ahmed è uno dei 300mila sfollati – le stime sono state diffuse dal governatore di Beirut, Marwan Abboud – del disastro di tre giorni fa: l’intera popolazione di Bari o Brescia e Bergamo messe insieme. Un’enormità, in parte persone che non hanno un altro tetto. Negli sventrati quartieri di Gemmayze, Mar Mikhail e Geitawi ricorre un po’ di più la vista di automobili accese, ferme davanti al portone del palazzo, mentre vengono caricate di tutto il necessario dalle famiglie che – come è abbastanza diffuso in Libano – hanno una casa fuori da Beirut, da queste parti soprattutto nei distretti del Metn e Keserwen, nel governatorato del Monte Libano.

“Siamo fortunati, non abbiamo più una casa qui ma grazie a Dio c’è la casa di mia madre in montagna a Feytroun, un’ora da qui”, dice Elie mentre cerca di stipare le ultime buste stracolme nel bagagliaio. “Qui a Geitawi (dove è stato anche evacuato l’ospedale Saint George, ndr) conosco decine di famiglie che si stanno trasferendo in montagna. Noi andiamo su in cinque e con mio fratello e la sua famiglia siamo in tutto dieci. Ci divideremo in due stanze ma va bene così. Va bene così”.

Foto e video di Lorenzo Forlani

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