Ci sono due facce della tragedia, dopo l’esplosione che il 4 agosto ha devastato Beirut, la capitale del Libano. Da una parte la corsa, sempre più disperata, per cercare di recuperare persone ancora in vita sotto le macerie dei palazzi dilaniati dalla potenza della deflagrazione. Il bilancio, secondo gli ultimi aggiornamenti, è di 157 morti e oltre 5mila feriti. Dall’altra c’è quella di chi chiede la testa dei responsabili, come già avvenuto nel corso della visita di ieri del presidente francese Emmanuel Macron. E nel mirino dei manifestanti, che nella notte sono di nuovo scesi in piazza dando vita a violenti scontri con la polizia, c’è soprattutto il governo guidato da Hezbollah e dal primo ministro Hassan Diab. Tra i 16 arrestati in relazione alle indagini in corso c’è anche il direttore generale del porto, Hassan Koraytem. Ma il presidente Michel Aoun ha dichiarato di non poter escludere che le due esplosioni siano state il risultato di “un’aggressione esterna, con l’ausilio di un missile, di una bomba o di un altro mezzo”.

Le proteste si sono concentrate davanti alle sedi di governo e Parlamento, nel cuore della capitale libanese. I manifestanti hanno bersagliato le forze di sicurezza con lanci di sassi e hanno dato fuoco a pneumatici, urlando la propria rabbia contro l’élite politica del Paese già alle prese con una grave crisi economica. Gli agenti hanno respinto il corteo disperdendo la folla con lanci di lacrimogeni. “Il popolo vuole la caduta del regime” e “rivoluzione” sono le grida che si sono levate dai cittadini. Le forze di sicurezza hanno fatto sapere che sono una ventina i feriti al termine degli scontri.

Il presidente Aoun ha però dichiarato che non si può escludere che le esplosioni che hanno devastato la città siano state causate da un’aggressione esterna, anche con missili o bombe. L’inchiesta, ha aggiunto, dovrà appurare se si sia trattato appunto di “un’aggressione esterna o delle conseguenze di negligenza”, ha aggiunto sottolineando che a tal fine ha chiesto al presidente francese Emmanuel Macron, ieri in visita a Beirut, di fornire le immagini satellitari dei momenti delle esplosioni.

Finora le autorità hanno detto che il disastro è stato provocato dall’esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio stoccato da anni nel porto di Beirut, ma non hanno spiegato come sia stata innescata la deflagrazione. L’inchiesta, ha sottolineato Aoun, si svolge a tre livelli: “Primo, per appurare come il materiale esplosivo è entrato ed è stato stoccato, secondo se l’esplosione sia il risultato di una negligenza o di un incidente, terzo la possibilità che ci sia stata una interferenza esterna”. Ma ha escluso la possibilità che si possa arrivare alla verità attraverso un’inchiesta internazionale.

Posizione ribadita nel suo videomessaggio da Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, partito a capo dell’alleanza di governo. Dopo aver fatto le condoglianze alle famiglie delle vittime e aver garantito la vicinanza del Partito di Dio alla popolazione di Beirut, il capo della formazione sciita ha smentito con forza che l’esplosione sia stata causata dalla deflagrazione di un deposito di armi della sua organizzazione, come inizialmente ipotizzato. “Sono tutte bugie e menzogne”, ha detto riferendosi alle accuse di esser responsabile del disastro.

Nasrallah ha poi escluso che ci debba essere un’inchiesta internazionale, chiedendo “una inchiesta trasparente, giusta, indipendente” condotta dall’esercito nazionale e non da altre forze e istituzioni libanesi. Parlando del fatto che da più parti si è sollevato il tema della scarsa fiducia nelle istituzioni, Nasrallah ha detto: “Tutte le parti politiche dicono che l’esercito libanese è l’unica istituzione del Paese su cui c’è piena fiducia. Bene, che sia allora l’esercito a condurre l’inchiesta”.

Fadi Akiki, commissario statale ad interim presso il tribunale militare, è colui che ha reso nota la notizia dell’arresto del direttore generale del porto: “Le indagini continuano a includere tutti gli altri sospetti, al fine di chiarire tutti i fatti relativi a questo disastro”, ha dichiarato, spiegando che finora sono state interrogate 18 persone. Il ministro degli Esteri, Charbel Wehbe, in un’intervista alla radio francese Europe 1 ha detto che entro “solo quattro giorni” gli investigatori dovranno fornire un rapporto dettagliato sulle responsabilità di questo “crimine efferato di negligenza”.

Ma un’opinione pubblica delusa da una classe politica giudicata corrotta non mostra alcuna fiducia sulla possibilità di arrivare alla verità. Uno scetticismo condiviso dai quattro ex primi ministri – tra cui Saad Hariri – che hanno chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta internazionale. A loro si sono uniti giovedì anche lo storico leader druso Walid Jumblatt e il capo delle Forze Libanesi cristiane Samir Geagea, oltre ad Amnesty International e Human Rights Watch. Una possibilità respinta dal partito che guida l’alleanza di governo, Hezbollah, secondo quanto fatto trapelare da fonti interne.

Intanto si continua a cercare tra le macerie nella speranza di trovare superstiti. Secondo la Croce Rossa libanese mancano ancora all’appello un centinaio di persone. Al lavoro, nella zona del porto, ci sono soccorritori e militari, ruspe e gru: “Stiamo facendo tutto il possibile perché crediamo possano ancora esserci persone vive intrappolate sotto le macerie, ma sinora abbiamo trovato solo resti di persone irriconoscibili”, ha detto uno dei soccorritori al lavoro senza sosta da 48 ore. E poi ha ammesso: “Alcuni Paesi stranieri stanno mandando soccorsi, ma potrebbe comunque essere troppo tardi per chi è intrappolato sotto le macerie”. E un nuovo incendio, di dimensioni ridotte, è scoppiato nella zona dell’esplosione.

Intanto, la Francia ha organizzato una videoconferenza dei donatori che si terrà domenica e alla quale parteciperanno anche i vertici delle istituzioni Ue, secondo quanto annunciato da un portavoce della Commissione europea.

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