Le Nazioni Unite hanno confermato il sospetto di molti studiosi. La pandemia ha posto fuori portata il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile che l’umanità si era posta cinque anni fa, per porre fine entro il 2030 alla povertà, per proteggere l’ambiente e per sostenere il benessere.

La loro realizzazione era già diventata una utopia alla vigilia della pandemia. Ora, il Covid-19 ha incanalato in un vicolo cieco anche i pochi progressi che sono stati fatti. E lo spettro di un brusco arretramento è addirittura dietro l’angolo.

Anche prima della pandemia, il piatto finanziario dello sviluppo sostenibile piangeva per più di duemila miliardi di dollari. Il recente Rapporto 2020 delle Nazioni Unite sugli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile dimostra che, prima della pandemia, i progressi nel perseguire i 17 obiettivi che l’umanità di era posta nel 2015 sono stati modesti.

Già allora “non eravamo sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi entro il 2030. Alcuni progressi erano però visibili: la percentuale dell’abbandono scolastico infantile e giovanile era diminuita; l’incidenza di molte malattie trasmissibili era in diminuzione; l’accesso all’acqua potabile gestita in sicurezza era migliorato; e la rappresentanza delle donne nei ruoli di leadership era in crescita. Nello stesso tempo, il numero di persone che soffrivano di insicurezza alimentare era in aumento, l’ambiente naturale ha continuato a deteriorarsi a un ritmo allarmante e la persistenza delle disuguaglianze rimaneva a livelli drammatici in tutte le regioni del mondo. Il cambiamento non stava ancora marciando alla velocità o alla scala richiesta”.

Limitandosi ad alcuni degli obiettivi ambientali, l’azione climatica prevedeva di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 sul Fondo verde per il clima, indirizzato a paesi in via di sviluppo (Obiettivo 13.A). Di dare accesso a sistemi di trasporto sicuri, convenienti e sostenibili per tutti (Obiettivo 11.2), ridurre la generazione di rifiuti attraverso la prevenzione, riduzione, riciclaggio e riutilizzo (Obiettivo 12.5) e aggiornare le infrastrutture e adeguare le industrie per renderle sostenibili (Obiettivo 9.4). E di prevenire l’inquinamento marino di ogni tipo entro il 2025 (Obiettivo 14.A).

Intenti che oggi sembrano scritti sulla sabbia e dispersi dal vento. Il Covid-19 ha riportato indietro le lancette dell’orologio. Almeno 270 milioni di persone devono affrontare la fame, più di 70 saranno costrette quest’anno a vivere in estrema povertà, spazzando via i discreti, tangibili, recenti miglioramenti faticosamente conseguiti; e si aggiungeranno alla schiera di oltre 750 milioni di persone che vivevano già con meno di 1,90 dollari al giorno.

La pandemia ha perfino azzerato la capacità di monitorare la situazione, poiché moltissimi paesi non saranno nemmeno in grado di registrare ciò che sta accadendo: secondo un sondaggio condotto dalle Nazioni Unite e dalla Banca mondiale in 122 uffici nazionali di statistica, il 96% di queste istituzioni ha dovuto completamente o parzialmente bloccare la raccolta di dati sul campo.

Il Covid-19 ha irrimediabilmente modificato i presupposti che consentivano di traguardare con fiducia l’orizzonte del 2030, in particolare un tasso sostenuto della crescita economica. Il karma del Pil rischia la metempsicosi nell’incubo della decrescita, probabilmente infelice.

Secondo Robin Naidoo (ricercatore del Wwf) e Brendan Fisher (docente dell’Università del Vermont) se la torta economica disponibile non può più lievitare, bisogna tagliare la torta in modo diverso. In particolare, gli sforzi vanno indirizzati verso obiettivi win-wins, quelli in cui tutti sono vincenti. E i governi a corto di liquidità dovranno concentrarsi su alcuni obiettivi strategici generali.

Quindici anni fa, Herman Daly sosteneva che “l’economia globale è diventata così grande che la società non può più fingere in sicurezza di operare all’interno di un ecosistema illimitato. Lo sviluppo di una economia che possa essere sostenuta all’interno di una biosfera finita richiede nuovi modi di pensare”. Non era un pensiero del tutto originale, giacché si muoveva nel solco di Adam Smith e Thomas Robert Malthus. La pandemia rende urgente la necessità di disaccoppiare sviluppo e crescita.

C’è bisogno di uno sforzo comune, ricchi e poveri assieme, per aggiornare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. La separazione concettuale dello sviluppo dalla crescita è un passo fondamentale. È una questione cruciale perché, se non cade il baluardo che confonde i due concetti e obbliga il mondo a perseguire una globalizzazione puramente finanziaria, l’umanità potrebbe correre incontro a un disastro irreversibile.

Ogni obiettivo (sono 17 con una fitta moltitudine di sotto-obiettivi e 241 indicatori, forse un po’ troppi) dovrebbe perciò essere revisionato partendo da tre certezze:

1. Lo sviluppo sostenibile è una priorità post-Covid-19;

2. È ben chiaro che si tratta di sviluppo, e non di crescita;

3. Lo sviluppo sostenibile traccia l’unico percorso resiliente rispetto alle catastrofi climatiche, sanitarie, sociali ed economiche.

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