L’arsenale sequestrato a Reggio Calabria nell’ottobre scorso potrebbe essere collegato con alcuni episodi avvenuti nei mesi precedenti in riva allo Stretto. È quanto emergerebbe da una perizia balistica svolta sulle armi trovate nella zona sud della città, in via Sbarre superiori dove, all’interno di un garage, la Guardia di finanza aveva scoperto un vero e proprio market dove le cosche si rifornivano in caso di necessità. Una sorta di “store dell’illecito” con sei fucili da caccia, un fucile a canne mozze, 2 pistole mitragliatrici, 4 pistole semiautomatiche e una pistola a tamburo.

Il giorno del sequestro i finanzieri, coordinati dal procuratore Giovanni Bombardieri e dal sostituto Walter Ignazitto, hanno arrestato un giovane di 31 anni, Giovanni D’Ascola, imparentato con i boss della cosca Borghetto. Era lui, infatti, che avrebbe affittato il garage ma non è escluso che sia solo la “testa di legno” di qualcuno che, in realtà, avrebbe avuto libero accesso all’immobile e piena disponibilità di quelle armi. Nel garage c’erano anche due chili di gelatina dinamite, a base di nitroglicerina ad altissimo potenziale, e un panetto di cocaina, di oltre un chilo, con impresso il simbolo della massoneria.

Le indagini della Dda stanno portando dritti al contesto mafioso. Stando ad alcune indiscrezioni, pare che diverse armi sequestrate siano state utilizzate per compiere atti intimidatori ai danni di alcuni commercianti di Reggio Calabria. Sembrerebbe, infatti, che i segni lasciati sui proiettili dalle pistole e dai fucili trovati nel garage di via Sbarre superiori siano compatibili con quelli lasciati sulle munizioni utilizzate per danneggiare le saracinesche di alcuni esercizi commerciali nel rione Ciccarello-Modena, dove regna la cosca Borghetto-Zindato.

Un elemento che fa il paio con alcuni oggetti trovati sempre all’interno dello stesso garage come magliette e felpe con lo stemma e il nome una squadra locale di calcio, l’Asd San Giorgio, che gioca in Promozione a Reggio Calabria. C’era pure una maglietta dell’Inter con il numero “10” e la scritta “Tullio”. Un nome che non è passato inosservato agli investigatori perché corrisponde a quello di uno dei figli del boss Borghetto. Una cosca, questa, storicamente federata alla famiglia Libri e oggi, forse, intenzionata a ritagliarsi uno spazio più importante negli ambienti mafiosi reggini. Le indagini della Direzione distrettuale antimafia proseguono perché il sospetto è che quelle armi sarebbero potute servire per un’azione eclatante. Basta pensare che l’esplosivo (il cosiddetto I.E.D.) avrebbe fatto più danni di una mina anticarro.

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