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Lavoro

Ultimo aggiornamento: 16:44

“Anche davanti al caporalato più schifoso bisogna correre a cercare l’impresa committente che ne beneficia”: così con le inchieste di Milano l’erario ha recuperato oltre un miliardo e 60mila lavoratori sono stati stabilizzati

Dai campi in agricoltura alle grandi case della moda, dalla logistica alle camere degli hotel: il magistrato Paolo Storari e il comandante dei carabinieri Tiziano De Renzis raccontano quali armi investigative hanno usato. Il sostituto procuratore: “Campiamo su una serie di disgraziati, è un dato di fatto ed è un problema di cui qualcuno si deve fare carico"
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Un miliardo e duecento milioni recuperati all’erario. Oltre duecento milioni all’Inps. E oltre 60mila lavoratori stabilizzati e regolarizzati. Sono i numeri che raccontano due anni e mezzo di lavoro del sostituto procuratore di Milano Paolo Storari e della sua squadra, protagonista delle inchieste più importanti sul caporalato degli ultimi anni. “E tutto questo senza (quasi) mai arrestare nessuno e senza intercettazioni, dunque con interventi ad altissimo impatto sulle imprese, ma a bassissimo impatto sulle persone” racconta Storari che insieme al comandante del Nucleo Carabinieri dell’Ispettorato del Lavoro di Milano Tiziano De Renzis è intervenuto a un convegno organizzato dall’associazione Giuristi Democratici di Torino collaborazione con il consiglio dell’ordine degli avvocati di Torino.

Introdotto dall’avvocata Giulia Druetta – una delle prime legali ad essersi occupata dei rider in Italia – il pm di Milano ha raccontato come è cambiato l’approccio al tema del caporalato da parte della Procura. “Di fronte alle cooperative spurie, una vecchia tecnica investigativa era quella di concentrare attenzione sulla cooperativa. Si arrestava qualcuno che si faceva qualche mese di custodia cautelare, poi usciva, patteggiava, lo Stato non prendeva nulla e la cooperativa precedente veniva sostituita da quella nuova. Era un po’ come pestare l’acqua con il mortaio” racconta Storari. Oggi invece “si è iniziato a capire che forse i beneficiari di questo sistema non erano solo le cooperative, ma anche i committenti. Il tema è diventato quello di come far responsabilizzare il committente”.

Una dinamica che si verifica in ambiti diversi: dai campi in agricoltura alle grandi case della moda, dalla logistica alle camere degli hotel. “Oggi di fronte a notizia di reato di caporalato, non devo correre ad arrestare il caporale, voglio dire anche, ma non tanto quello – precisa il pm – devo correre a capire quello che succede, a capire chi sta sopra e beneficia di questa attività. E incidere sull’organizzazione del lavoro. Perché altrimenti l’opificio o la cooperativa sarà sostituita immediatamente da un’altra cooperativa e nulla sarà cambiato”. Occorre agire sull’organizzazione del lavoro, dunque, cercando di capire come funziona la filiera. “Bisogna capire che il controllo gerarchizzato che c’era quarant’anni fa non esiste più” osserva il maggiore De Renzis. “Se noi troviamo un opificio che produce una borsa a 40 euro e poi quella stessa borsa la trovo in via Montenapoleone a settemila euro, e tra quella borsa e il negozio ci sono cinque, sei o sette intermediari c’è qualcosa che non funziona – aggiunge De Rensis – per massimizzare il profitto si allunga la produzione e i costi si scaricano sulla manovalanza dell’ultimo anello produttivo”. In una società “signorile di massa” come quella di oggi, “campiamo su una serie di disgraziati, è un dato di fatto ed è un problema di cui qualcuno si deve fare carico”. Non basta la Procura però, conclude Storari: “Bisogna cercare di creare, come è accaduto con l’antimafia, un’egemonia culturale su questo tema. Pensate, l’antimafia, ormai è un patrimonio di questo Paese, ma la lotta allo sfruttamento del lavoro non lo è ancora”.

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