Lo Stato “scongiuri il pericolo che qualcuno possa pensare che la mafia dà lavoro. E questa operazione è un primo passo per evitare che si dicano simili sciocchezze”. E’ l’allarme lanciato dal Procuratore aggiunto di Palermo Salvatore De Luca, nel corso della conferenza stampa, in remoto, sui 91 arresti tra Palermo e la Lombardia. “Nel Dna di Cosa nostra c’è l’utilizzare da un lato della violenza e della minaccia e dall’altra l’idea di portare avanti delle operazioni per inserirsi nelle imprese in crisi e successivamente appropriarsene”, ha precisato facendo riferimento ai molteplici affari della famiglia Fontana. Un clan radicato nei quartieri palermitani Arenella e Acquasanta, ma che ha potuto contare su “un piccolo esercito di professionisti e di imprenditori collusi e compiacenti – ha riferito l’aggiunto De Luca – non qui a Palermo ma a Milano e al nord Italia”. Nessuno di loro aveva segnalato alcuna operazione sospetta e sul punto “le indagini sono ancora in corso per capire altre responsabilità”, ha detto il procuratore capo Francesco Lo Voi.

“Per lavorare, lei consideri che noi vogliamo pagare solo per contanti cioè noi siamo disponibili anche a fare bonifici anticipati non… non si crei problemi per questo”, diceva intercettato Filippo Lo Bianco, 56enne che per conto dei Fontana si occupava del business del caffè. Faceva la spola con Milano, interfacciandosi con uno dei commercialisti arrestati, Paolo Attilio Remo Cotini, responsabile della ‘Best Coffee srl’ oggi finita sotto sequestro. “Le intercettazioni hanno dimostrato come Lo Bianco svolga un ruolo operativo nella pianificazione di Santoianni”, scrive il gip riferendosi all’ex concorrente del Grande Fratello arrestato nel blitz. Inizialmente i boss puntarono alla produzione di cialde e capsule, ma in un secondo momento concentrarono i loro affari nella distribuzione dei prodotti finiti. “Certo, poi noi iniziamo a fornire le tazzine di caffè, iniziamo a fornire Meda di caffè, il bar di Maurizio di caffè e poi cominciano ad essere anche altri, altro caffè che si fornisce”, diceva Vittorio Stanislao Pontieri, socio di un’azienda di torrefazione, da oggi ai domiciliari.

“Quando si va da un imprenditore, che sia del sud o del nord poco cambia, e si dice così, ci si rende conto della pericolosità per la legalità del mercato e della concorrenza delle libere imprese”, ha commentato il procuratore capo Lo Voi. Nell’indagine è tornato d’attualità anche il vecchio interesse delle famiglie mafiose per le corse dei cavalli, che in alcuni casi venivano acquistati in contanti, con somme superiori ai ventimila euro. “Si io solo, i cavalli ormai tutti io solo ce li ho, Andrea se ne è uscito”, raccontava Giovanni Ferrante, responsabile del settore per i Fontana, intercettato anche mentre chiedeva una parte dei premi conquistati dai fantini vittoriosi. “Domani mattina portate i soldi, vi sotterro pure i bambini piccoli che avete a casa, vi butto il cemento rapido di sopra, in un’ora così siete asciutti”, diceva rivolgendosi a due drivers che avevano appena concluso una gara.

Nel corso dell’indagine sono stati attivati gli strumenti investigativi tipici della Guardia di Finanza, “sono state fondamentali le nostre banche dati”, evidenzia il tenente colonnello Saverio Angiulli, comandante del nucleo speciale di polizia valutaria. “E’ un filo comune quello che lega il Sud al Nord, basti pensare alle gare ippiche, controllate in maniera pervasiva oltre che la gestione commerciale di beni di lusso come gli orologi, che creavano un rapporto diretto tra la Sicilia, le rivendite al Nord e poi la distribuzione anche all’estero”, ha aggiunto il comandante del Nucleo. E in effetti proprio attorno al business degli orologi, i finanzieri hanno ricostruito un vorticoso giro di denaro in contanti che si sarebbe spinto ben oltre i confini nazionali. “Lui ogni settimana mi porta..io lo sai perché gli vendo gli orologi a lui? Ogni settimana mi porta trentamila..fissi!”, spiegava Giovanni Fontana, 42 enne già ai vertici della famiglia mafiosa dell’Acquasanta.

“Nel territorio del nord Italia abbiamo assistito non ad un banale investimento, ma li abbiamo visti perseguire i loro profitti con meccanismi sempre piu raffinati”, ha aggiunto Angiulli. “Abbiamo assistito al commercio di alcuni preziosi, che transitavano dal circuito estero rendendo piu complicata l’individuazione di questi flussi – ha concluso – che venivano monetizzati in contanti, finendo nelle casse della famiglia Fontana”. Della vendita di orologi all’estero aveva parlato anche il collaboratore Vito Galatolo, rispetto ad alcuni investimenti in Germania. “Nel frattempo quelli in Germania che stanno facendo”, diceva Agostino Matassa oggi arrestato, ma durante le indagini la pista tedesca è rimasta priva di riscontri. Nonostante ciò i pm hanno mappato la vendita di alcuni orologi ad imprenditori russi e società inglesi. In una intercettazione uno degli indagati consigliava a Giovanni Fontana di “acquistare in Inghilterra una società con soli 150 euro”. E’ parlando con un gioielliere che lo stesso Fontana raccontava di avere la disponibilità di una società a Londra, la “Watch & Passion” dalla quale per errore avevano fatto partire un bonifico per un conto vendita di diciassette mila euro.

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