Si nascondeva in un’abitazione rurale nelle campagne di contrada Batia nel comune di San Gregorio d’Ippona in provincia di Vibo Valentia. Il complesso dispositivo di videosorveglianza non è servito al latitante Gregorio Giofrè arrestato nella notte dai carabinieri del Ros, del comando provinciale e dallo squadrone dei “Cacciatori di Calabria”. Era ricercato dal 19 dicembre scorso quando era sfuggito all’arresto nell’operazione “Rinascita-Scott” che ha stroncato la cosca Mancuso di Limbadi. Imparentato con lo storico capo locale Rosario Fiarè, il boss Giofrè era uno dei 334 destinatati dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su ruchiesta della Dda di Catanzaro.

Secondo gli inquirenti, il latitante è un’esponente apicale della locale di San Gregorio d’Ippona che, sin dagli anni Ottanta, è stata fedele alla cosca Mancuso. Grazie alle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia, Giofrè è indagato per associazione mafiosa e una serie di estorsioni aggravate dal metodo mafioso. Il suo ruolo, stando all’inchiesta coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, era quello di organizzare la riscossione delle estorsioni agli imprenditori secondo un sistema centralizzato per il quale il pizzo che questi ultimi dovevano pagare ammontava di solito al 3% del valore dei lavori che venivano eseguiti nel territorio di Giofrè. Il latitante era, quindi, il punto di riferimento nei rapporti con le altre famiglie di ‘ndrangheta. Dopo il blitz dell’inchiesta “Rinascita-Scott”, Giofrè si era nascosto in una casa di proprietà di un soggetto ritenuto vicino alla cosca.

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