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di Aurora Di Benedetto

Sono una docente di scuola primaria da sempre interessata agli strumenti digitali e all’utilizzo degli stessi nella didattica. Ho sempre pensato che utilizzare la tecnologia nella didattica non portasse automaticamente ad un’innovazione in senso positivo di quest’ultima, ma che utilizzati nel modo corretto potessero essere di grande aiuto per chi partiva dall’idea che l’alunno dovesse essere costruttore attivo del suo apprendimento, e non un recipiente vuoto in cui versare contenuti.

Mi spiego: mettersi davanti ad una telecamera ed esporre la lezione producendo un video da condividere con gli alunni non è molto diverso dalla classica lezione frontale, salvo che per la possibilità da parte dei discenti di rivedere più e più volte la lezione. Al contrario organizzare un web quest in cui gli alunni sono impegnati in una ricerca guidata in rete di materiale utile per la realizzazione di un prodotto multimediale finale è una soluzione che rende l’alunno attivo, che stimola la creatività e il pensiero divergente, che in breve consente all’alunno di imparare ad imparare.

Quando per far fronte alla pandemia di coronavirus sono state sospese le attività didattiche in presenza e la didattica a distanza si è posta come una necessità impellente, ho pensato che ciò avrebbe potuto tradursi in una concreta e preziosa opportunità. Finalmente si sarebbe potuta realizzare una reale individualizzazione e una complementare personalizzazione dell’insegnamento.

Partiamo dal chiarire la differenza tra questi due termini che non di rado, errando, vengono considerati sinonimi. La “individualizzazione” in senso stretto si riferisce alle strategie didattiche che mirano ad assicurare a tutti gli studenti il raggiungimento delle competenze fondamentali del curricolo, attraverso una diversificazione dei percorsi di insegnamento. La “personalizzazione” indica invece le strategie didattiche finalizzate a garantire ad ogni studente una propria forma di eccellenza cognitiva, attraverso la possibilità di coltivare le proprie potenzialità intellettive. In altre parole, l’individualizzazione ha lo scopo di far sì che certi traguardi siano raggiunti da tutti, la personalizzazione è finalizzata a far sì che ognuno sviluppi propri personali talenti; nella prima gli obiettivi sono comuni per tutti, nella seconda l’obiettivo è diverso per ciascuno.

Nell’organizzare la mia Dad ho formato dei gruppi di 4 alunni che presentavano caratteristiche simili. Si è quindi lavorato per l’adattamento dell’insegnamento alle caratteristiche cognitive individuali degli alunni: ai loro codici linguistici, ai loro prerequisiti di partenza, ai loro stili cognitivi, ai loro ritmi d’apprendimento. Per ogni gruppo ho previsto un percorso differenziato in quanto a metodologie, attività e tempi. Le competenze da raggiungere erano le stesse per tutti gli alunni ma la strada per raggiungerle era tagliata sulle caratteristiche del gruppo specifico.

Veniamo adesso alla “personalizzazione”. Come si è detto, con questo termine ci riferiamo a quelle strategie didattiche che mirano a dare l’opportunità ad ogni alunno di sviluppare le proprie potenzialità intellettive, di coltivare le proprie aree di eccellenza. Aiutare ogni studente a sviluppare una propria forma di talento è probabilmente un obiettivo altrettanto importante di quello di garantire a tutti la padronanza delle competenze fondamentali.

Ho quindi creato ulteriori gruppi formati da alunni che presentavano lo “stesso talento” per cui si è lavorato sulla valorizzazione delle peculiarità proponendo attività adeguate per il raggiungimento di obiettivi personalizzati. I risultati ottenuti ad oggi sono davvero confortanti. Al termine dell’emergenza, mi propongo di non abbandonare e di mettere a frutto l’esperienza di questi giorni, pur nella consapevolezza che nulla potrà sostituire la soddisfazione di scorgere negli occhi dei miei alunni quella luce che si accende, che è il più attendibile feedback.

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