Gli allevamenti sono ormai insostenibili, sia per l’ambiente che per l’economia. Secondo un recente studio della Pnas, la rivista scientifica statunitense tra le più note a livello internazionale, l’industria zootecnica costa molto di più dei guadagni che apporta. Lo studio ha preso in considerazione 20 settori e messo a confronto il costo delle morti premature causate dall’inquinamento atmosferico. E il risultato mostra che quello delle aziende agricole, in particolar modo finalizzate all’allevamento di animali da reddito, è il settore con i risultati peggiori.

Dati che illustra bene Inês M. L. Azevedo, professore presso l’Università di Stanford: “Stiamo vedendo che i danni dell’inquinamento causati dalle aziende agricole sono superiori al valore che le stesse aziende forniscono in termini economici”. Lo studio, condotto con il supporto di alcuni ricercatori della Carnegie Mellon University, si concentra sull’inquinamento da particolato, l’insieme delle sostanze di minuscole dimensioni disperse nell’atmosfera.

Il particolato è l’inquinante oggi più diffuso nelle aree urbane e include il Pm 2.5, che l’Epa (Agenzia per la protezione dell’ambiente) ha identificato come causa del 90% delle 100mila morti premature che si verificano ogni anno negli Stati Uniti a causa dell’inquinamento atmosferico. I maggiori responsabili dei gas serra risultano l’industria della carne e quella di latte e latticini, con le emissione dei bovini a farla nettamente da padrone. Ma se si pone l’attenzione sull’inquinamento da particolato, il pollame è la prima causa.

Per ciascun settore, i ricercatori hanno calcolato il rapporto tra danno economico lordo (Ged) e valore aggiunto (Av). Un rapporto Ged/Av inferiore a uno indica che il valore supera il danno provocato. Quando, viceversa, il risultato è superiore a 1, il danno supera il valore. Come ricorda lo studio, “solo nel 2014, il rapporto Ged/Av era 0,72 per le aziende produttrici di colture, mentre gli allevamenti si attestavano intorno a 2”. Tornando all’industria avicola, essa si posiziona tra 3 e 7. Un valore che ne testimonia la natura altamente inquinante e dannosa per l’economia e la salute dei cittadini.

Allo stato attuale, anche il trasporto desta preoccupazioni, causa soprattutto la circolazione dei camion e la combustione del diesel. Come ricorda Azevedo, “i risultati suggeriscono che i politici dovrebbero porsi l’obiettivo di ridurre le emissioni del settore dei trasporti e di quello della zootecnia, che più di ogni altro presenta costi per l’economia decisamente superiori al valore che apporta”.

Ma non c’è solo l’ambiente a testimoniare l’insostenibilità degli allevamenti. Un altro aspetto preoccupante è quello che riguarda la salute. Qualche tempo fa, sulla rivista Plos One, è uscita una ricerca dell’Università di Oxford che ha valutato il costo sociale delle malattie provocate dall’abuso di carne rossa. Lo studio parte dal presupposto che il consumo eccessivo di questo alimento può portare a gravi malattie come cancro, malattie cardiache e diabete. Malattie le cui cure rappresentano un costo notevole per la società e che, secondo i ricercatori, ammonta a circa 285 miliardi di dollari l’anno nel mondo.

Lo studio giunge alla conclusione che una tassa sulla carne compenserebbe questi costi sociali e ne farebbe diminuire il consumo. È stato quindi proposta una imposta del 20% sulla carne non lavorata e del 110% su quella lavorata, che l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato cancerogena. Tale misura raccoglierebbe 170 miliardi di dollari all’anno nel mondo e ne farebbe risparmiare 41 miliardi in cure mediche. Il consumo di carne rossa lavorata calerebbe del 15% e si potrebbero evitare circa 220.000 decessi all’anno.

Quanto all’Europa, in questi giorni è al vaglio del Parlamento europeo una proposta che riguarda proprio la quota a cui dovrebbe ammontare la tassa sulla carne, che andrebbe a ridurne la richiesta e conseguentemente le emissioni di gas serra. La Tapp coalition (True Animal Protein Price Coalition) propone di aumentare del 25% il prezzo della carne in Europa. Una quota non casuale, ma frutto di uno studio che ha calcolato l’impatto in termini di emissioni, inquinamento atmosferico e idrico, oltre che la perdita di biodiversità, degli allevamenti di animali destinati all’alimentazione. La ricerca ipotizza inoltre che si otterrebbero cifre ingenti da destinare alla trasformazione degli allevamenti in siti di produzione di vegetali, un incentivo per gli allevatori stessi che troverebbero concreto incoraggiamento per effettuare la conversione della propria azienda, da allevamenti e coltura.

È ormai chiaro a tutti l’impatto devastante che hanno gli allevamenti sul pianeta. Occorre quindi prendere in considerazione un cambiamento delle proprie abitudini, partendo dall’alimentazione e cercando di limitare il più possibile il consumo di carne e altri derivati, come latte e uova, ormai insostenibile per il pianeta, inutilmente crudele per gli animali e dannoso per la nostra stessa salute.

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