Non commenta ma ricorda che già nelle sentenze di Marcello Dell’Utri si documentano i rapporti tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra. Nino Di Matteo è il pm che insieme ai colleghi della procura di Palermo ha ordinato alla Dia d’intercettare in carcere Giuseppe Graviano. È durante quelle registrazioni che il boss di Brancaccio parla di tale “Berlusca”, che gli aveva chiesto “una cortesia” nel ’92, quando già “voleva scendere”. E oggi che Graviano fa esplicitamente il nome di Berlusconi, parlando durante il processo sulla ‘ndrangheta stragista, Di Matteo preferisce non commentare. “Non entro nel merito delle nuove dichiarazioni di Giuseppe Graviano. È certo, però, che anche nella sentenza definitiva di condanna del senatore Marcello Dell’Utri sono stati ricostruiti rapporti stabili e duraturi tra Berlusconi e Cosa nostra. Sembra che in questo Paese certe cose non possano nemmeno essere ricordate e che chi si ostina a farlo sia destinato, come è capitato a me ed ai miei colleghi, per queste indagini, ad essere additato come un visionario fanatico“, dice l’attuale componente del Csm.

Le intercettazioni tra Graviano e il boss Umberto Adinolfi furono depositate al processo sulla trattativa Stato-mafia. Secondo i pm che rappresentavano l’accusa del dibattimento “le parole del boss di Brancaccio evocano un rapporto di natura paritaria con Berlusconi”. ”In quelle intercettazioni tutti i riferimenti portano a Berlusconi, una persona che aveva deciso di entrare in politica. Graviano dice che Berlusconi nel 1992 voleva scendere in politica tramite Dell’Utri, e poi ancora dice ‘ci vorrebbe una bella cosà e ‘mi ha chiesto sta cortesià. Nel proseguo Graviano dice che a causa del suo arresto non hanno potuto definire gli accordi”, avevano ribadito i pm in aula. “La Cassazione ci dice che tra Cosa nostra e Berlusconi e Dell’Utri il rapporto era paritario. Dell’Utri era un nuovo autorevole interlocutore del dialogo con Cosa nostra”, hanno detto sempre i pm del processo Stato-mafia, chiedendo 12 anni di carcere per l’ex senatore. Condanna che è poi arrivata in primo grado.

Anche nella sentenza che ha condannato Dell’Utri in via definitiva a sette anni di carcere sono numerosissimi i passaggi in cui si cita Berlusconi. Gli ermellini definiscono l’ex senatore come il garante “decisivo” dell’accordo tra l’ex premier e Cosa nostra e “la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”. E ancora, la Suprema corte – nelle motivazioni depositate nel luglio del 2014 – come “il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5“. Durante la sua deposizione Graviano fa cenno a Dell’Utri solo un paio di volte, parlando soprattutto di Berlusconi: parte dai finanziamenti di suo nonno negli anni ’70. Poi sostiene di aver incontrato l’ex premier “da latitante almeno per tre volte“. Nell’ultima occasione “con Berlusconi abbiamo cenato insieme. È accaduto a Milano 3 in un appartamento”.

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